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Intervista

Intervista

a cura di Gaetano Borrelli

a Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

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Ottobre - Dicembre 2016

Signor Ministro, sono in molti a ritenere che dalla conoscenza, conservazione, protezione, valorizzazione del patrimonio culturale possano derivare benefici di vasta portata, non soltanto in una prospettiva di tutela di beni di valore inestimabile per il  nostro Paese.  È possibile sintetizzare le strategie del Ministero su questo fronte?

Questo Governo si è mosso lungo due principali direttrici. In primo luogo, ha profondamente riformato la governance dei musei statali, che da semplici uffici delle Soprintendenze sono diventati realtà autonome, affidate a un direttore con funzioni dirigenziali selezionato tramite un bando internazionale per le realtà più significative o rette da funzionari che rispondono al direttore del polo museale di ogni singola regione. I musei ora godono di un proprio statuto, hanno un consiglio di amministrazione e un consiglio scientifico e gestiscono il proprio bilancio. I risultati sono stati immediati. Nel 2015 i musei hanno raggiunto il record assoluto di 43 milioni di visitatori, un risultato straordinario che le tendenze di quest’anno sembrano confermare: nel primo semestre del 2016 i visitatori dei musei statali sono aumentati del 4%, mentre gli incassi sono cresciuti del 10%. In secondo luogo, ha aperto in maniera significativa ai privati introducendo l’Art Bonus, un’agevolazione fiscale senza eguali in Europa per chi investe in cultura. Nei primi due anni di applicazione sono stati raccolti oltre 120 milioni in favore di 714 progetti di tutela del patrimonio culturale pubblico e di sostegno alle attività dei teatri e delle fondazioni liriche, soprattutto da parte di imprese e fondazioni bancarie.

La ricerca scientifica ha prodotto tecnologie sempre più avanzate per il patrimonio culturale. Oggi esistono strumentazioni e procedure di eccellenza, ma non sempre sono note a chi potrebbe utilizzarle “sul campo”. Che cosa si può fare per facilitarne il trasferimento e l’utilizzo dai “laboratori di ricerca” ai “laboratori di restauro”?

Permettere la diffusione e l’utilizzo di queste nuove tecnologie alle scuole di alta formazione del restauro del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo: l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro e l’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario. Ciò potrebbe avvenire attraverso il coinvolgimento del corpo docente di queste istituzioni in corsi specifici presso l’ENEA o la donazione a questi istituti di tecnologie e il relativo trasferimento di know-how: un investimento dai sicuri ritorni.

È stato di recente firmato un Protocollo d’Intesa tra il suo Ministero e l’ENEA incentrato su  Ricerca e Innovazione per la tutela del patrimonio culturale italiano, incentrato sulle tematiche dell’efficientamento energetico dei musei, della diagnostica e della protezione sismica.  Quali interventi sono a suo giudizio prioritari in questi diversi settori?

Il terremoto che ha colpito il Centro Italia a solo sette anni dal sisma dell’Aquila pone inevitabilmente in cima alla lista gli interventi di protezione sismica. Le vite umane e il patrimonio culturale dei tanti borghi storici che costellano le aree a più elevato rischio sismico del nostro Paese sono sottoposti a una costante minaccia, è doveroso mettere in campo tutte le capacità tecniche, scientifiche e tecnologiche per evitare il più possibile il ripetersi di simili conseguenze.

Si dice che gran parte del patrimonio museale del Paese sia “conservato” negli scantinati dei grandi poli museali, si parla di oltre il 50%. Se è vero come pensa sia possibile “tirarli fuori”, e quindi valorizzare, queste opere d’arte e quale può essere il ruolo che oggi si definisce come “museo diffuso”?

Il termine scantinati è improprio e svilisce la grande cura con cui le opere sono conservate nei depositi, veri e propri polmoni che permettono a ogni museo di rinnovare la propria esposizione nel tempo e di offrire al pubblico percorsi sempre nuovi. Oltre all’alternanza fisica delle opere tra spazi espositivi e depositi, deve però essere immaginato anche un approccio che, tramite le nuove tecnologie e la rete, possa rendere visibili dipinti, sculture e reperti archeologici quando non sono esposti. Inoltre, tramite un’oculata politica di prestiti, è possibile far conoscere al grande pubblico questi tesori facendoli esporre in mostre temporanee anche in altri musei.

Le tecnologie di elaborazione delle immagini sono entrate prepotentemente nella nostra vita e anche, ovviamente, nei musei. Il Mav di Ercolano, tanto per fare un esempio, accoglie sempre più visitatori. Non c’è il rischio che i visitatori “si accontentino” e non vadano poi a visitare gli scavi “reali”? In altre parole quale è, a Suo parere, il giusto equilibrio tra “virtuale” e “reale”?

Il giusto equilibrio sta nella corrispondenza tra reale e virtuale: ciò che si vede in rete o grazie alla realtà aumentata non può discostarsi troppo da ciò di cui si può godere dal vero. L’esperienza virtuale deve invogliare alla visita, non sostituirla. L’esperienza dal vivo è imparagonabile, ma il visitatore deve essere messo nelle condizioni di viverla al meglio, accompagnato nel percorso da ogni strumento che possa facilitare la comprensione di ciò che si sta ammirando.

Un tema di crescente rilievo è quello del rapporto tra comunità locali e beni culturali presenti sul territorio, talvolta vissuti come un onere e non come una opportunità. A suo giudizio come è possibile migliorare questo rapporto?

La determinazione con cui le comunità colpite dal sisma del 24 agosto chiedono che il patrimonio culturale messo in sicurezza dai tecnici del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo rimanga nel territorio smentisce questa sensazione. Abbiamo dovuto fornire ogni rassicurazione al riguardo quando le opere sono state trasportate nei depositi dove verranno allestiti dei laboratori di pronto intervento. Certo, esistono situazioni in cui apparentemente lo sviluppo del territorio e delle sue infrastrutture entra in contrasto con la tutela dei beni culturali e paesaggistici, ma le semplificazioni che il Governo ha introdotto per le autorizzazioni paesaggistiche sono destinate a contemperare le diverse esigenze in un armonico percorso di crescita economica, civile e sociale delle comunità che hanno la fortuna di possedere un patrimonio culturale di una qualche entità.

Mi permetta un’ultima domanda che traggo da due constatazioni: alcune nazioni basano gran parte del loro reddito sul turismo e lo incrementano migliorando i servizi. Crede che sia possibile anche in Italia compiere un salto di qualità mettendo al centro dello sviluppo economico del Paese la fruizione e la valorizzazione del patrimonio  culturale?

Certo, ma ciò deve andare di pari passo allo sviluppo delle infrastrutture e della ricettività alberghiera del territorio che si promuove. Questi sono i principi ai quali è ispirato il Piano Strategico per il Turismo, realizzato insieme alle diverse realtà del settore attraverso un percorso partecipato, sottoposto al comitato nazionale del turismo e alle commissioni parlamentari competenti e ora in procinto di essere presentato al consiglio dei ministri per l’approvazione finale. In termini concreti, è quello che stiamo cercando di fare a Pompei, dove insieme a FS e RFI abbiamo messo in campo un progetto per un hub ferroviario dell’alta velocità in prossimità degli scavi che rivoluzionerà la mobilità e l’accoglienza in uno dei siti archeologici più visitati al mondo.

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