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Olivicoltura: il Modello Canino  e le prospettive in Nord Africa
 

Negli anni 90 il III e IV Programma Quadro della Ricerca Europea, i cosiddetti “Framework Program”, ebbero un ruolo veicolante fondamentale in Italia per l’unificazione della ricerca sulla lotta integrata
e la sua diffusione in Europa meridionale

Alcuni articoli nella rubrica Focus di questo numero della rivista hanno illustrato in maniera esaustiva come è andata in Italia e come ha funzionato l’innovazione di processo nella olivicoltura a Canino (articoli di Claudio Mazzuoli, Fabiana Fadanelli e di Karin Nichterlein et al.). Chiudiamo la parte dedicata al quadro internazionale con una descrizione di un aspetto meno noto: l’adozione di quel modello in Andalusia e in Grecia negli anni 90 e della potenzialità che tuttora il sistema di lotta integrata e di innovazione di processo potrebbe avere nelle altre regioni olivicole in Tunisia.

olivoI regolamenti CEE 3868/87 e 1823/89 stabilirono aiuti alla riconversione “ecologica”, come si definiva allora, dell’olivicoltura italiana. Molto saggia fu l’intuizione della segreteria del Ministro delle Politiche Agricole dell’epoca di centralizzare un supporto nazionale tecnologico e metodologico alle varie associazioni provinciali degli olivicoltori. Ciò permise di definire l’esperienza ENEA come modello da diffondere nelle altre regioni italiane. L’incarico di consulenza e supporto ai progetti provinciali fu affidato alla Cooperativa Energia e Territorio di Viterbo, della quale era presidente Valerio Baldacchini, scomparso due anni fa, motore della trasformazione. Il mio ruolo, in quanto vicepresidente, era seguire gli aspetti e le possibilità di finanziamento internazionali.

Negli anni 90 la realtà del mondo associativo olivicolo era molto frammentata, una pluralità di associazioni per provincia, ciascuna facente capo a una Unione Olivicola Nazionale, risultato della multipartizione politica del Paese sorto nel Dopoguerra. Il supporto finanziario alle iniziative, garantito dal Ministero dell’Agricoltura, contribuì certamente al vero salto di qualità dell’olivicoltura Italiana. Il processo di innovazione si interruppe poi negli anni successivi. Credo di poter oramai serenamente testimoniare come questa frammentazione portò, negli anni successivi, all’assegnazione diretta alle Associazioni provinciali dei finanziamenti dei regolamenti successivi, con un sistema “a pioggia” in base a logiche locali. In questo modo fu disperso il contributo pubblico all’innovazione, anche se imprenditori illuminati mantennero i risultati ottenuti.

Diversa fu la storia negli altri due paesi grandi produttori: Spagna e Grecia. Con l’introduzione dei Programmi Quadro europei, nel 1989 fino al 1995 fu attivo il progetto “ECLAIR 209”, dedicato alla lotta integrata (Integrated Pest Management) e all’innovazione di processo nella olivicoltura. All’epoca l’obiettivo principale della UE era creare la European Research Area e mettere in collegamento le istituzioni di ricerca ed universitarie europee, obiettivo che fu effettivamente raggiunto.
In Italia l’esperienza di partecipazione era scarsissima e anche in un Ente come l’ENEA, già abituato ad avere rapporti internazionali, vi erano  difficoltà amministrative, come ve ne erano in Spagna e Grecia. Il risultato fu che a coordinare quello che probabilmente è rimasto il più importante investimento europeo per la ricerca in olivicoltura1 furono i britannici della University of Wales, College of Cardiff, guidati da un carismatico ed energico professore2.

Il Progetto ECLAIR 209 mise per la prima volta insieme un team straordinario che stabilì rapporti tuttora vivi, ma segnò anche l’ingresso in Andalusia dell’esperienza di ENEA. La Junta de Andalucia prese molto sul serio l’ingresso nella Comunità Europea, selezionò un gruppo stabile di funzionari regionali da inviare a Bruxelles e utilizzò i fondi europei per creare strutture permanenti di supporto come centri di innovazione e servizio locali dotati di strumentazione avanzata e personale competente. La Denominación de Origen Sierra de Segura fu per la prima volta applicata seguendo materiali e metodi tratti dall’esperienza viterbese; inoltre spagnoli e italiani lavorarono insieme alla ricerca e sviluppo delle metodologie. In questo modo decollò, insieme a quella italiana, anche la qualità delle produzioni di olio spagnolo.

In Grecia il team del Centro Nazionale Demokritos seguì linee di ricerche parallele e in stretta collaborazione con il dottor Ugo Cirio, che dirigeva le attività in ENEA.

Il progetto ECLAIR 209 si concluse dopo cinque anni di gran lavoro collettivo, con una disseminazione di proposte di minore entità, alcune delle quali nei programmi IMPACT e SPRINT del IV e V PQ furono coordinati direttamente dalla Cooperativa CE&T, che aveva acquisito esperienza internazionale sufficiente: applicazioni GIS, modelli di simulazione della dinamica delle popolazioni infestanti, sistemi esperti di intelligenza artificiale, furono sviluppati e adottati in varia misura in Italia, Spagna e Grecia.

Dopo venti anni quei modelli di Integrated Pest Management, difesa e produzione erano oramai accettati come lo standard per le produzioni di qualità, migliorati e diversificati nel tempo in numerose versioni. È lecito affermare che ovunque in Europa meridionale si produca olio di oliva di alta qualità, tracce significative di quella ricerca e sviluppo sono marcatamente presenti ancora oggi.

Albero di Olivo in TunisiaOggi quelle competenze e i risultati della ricerca di cui si è sin qui scritto, potrebbero rappresentare una importante opportunità per contribuire non solo alla qualità dell’olio, ma anche allo sviluppo ed al benessere della sponda Sud del Mediterraneo, attraverso i meccanismi della Cooperazione Italiana.

La Tunisia, a noi geograficamente molto vicina, vive una difficile stagione politica nella quale è necessario il supporto dei Paesi europei, in primo luogo l’Italia. La Tunisia ha superato la crisi del 2011, unico tra i Paesi coinvolti, stabilizzando un sistema democratico tuttora, purtroppo, in grande sofferenza politica e sociale. La stabilità sociale in Tunisia, e in tutto il Maghreb, dipende fortemente dallo sviluppo economico, che genera occupazione ma che a sua volta dipende da adeguate ed economiche forniture di energia elettrica, acqua, calore. Il contributo della Cooperazione Italiana può essere fondamentale come fattore di sviluppo economico sostenibile, di trasferimento tecnologico, di aumento della capacità produttiva locale, di miglioramento della formazione professionale e accademica e di incremento di occupazione possibilmente qualificata, con conseguente migliore stabilità sociale.

Considerata la situazione economica e agronomica tunisina, un intervento di grande valore potrebbe essere attivare una innovazione di processo nell’agroalimentare nel miglioramento della qualità della produzione olivicola/oleicola, sul modello di quanto avvenuto in Italia negli anni 1980-90. La valorizzazione delle produzioni di olio di oliva di qualità in Italia a suo tempo aveva permesso sostanzialmente di triplicare  i livelli economici ed occupazionali.  Analogo processo è auspicabile in Tunisia.
All’obiezione sulla concorrenza che l’olio tunisino farebbe all’olivicoltura italiana, si può rispondere evidenziando e stigmatizzando come già oggi esista una reiterata e illegale abitudine di mescolare olio importato da Turchia, Marocco e Tunisia con quello italiano per incrementare la produzione nazionale, pratica che danneggia fortemente i produttori onesti del nostro Paese.

Il miglioramento della produzione agricola e olivicola tunisina rappresenta invece non tanto un fattore di concorrenza, quanto un’opportunità per i produttori di qualità italiani, vista la situazione di crisi della olivicoltura italiana sia per motivi climatici sia per pericoli di infestazione, che provocano gravi danni alle produzioni. L’approvvigionamento di olive tunisine di qualità controllata e garantita potrebbe essere di fondamentale aiuto nei prossimi anni.

In generale, comunque, il miglioramento della qualità delle produzioni agricole rappresenta una grande opportunità per la Tunisia, che vende il 90% del suo olio all’ingrosso sui mercati di Spagna e Italia.

Per lo sviluppo del settore è perseguibile la strada del progetto pilota, da localizzare nelle zone già a maggiore vocazione qualitativa e replicabile successivamente grazie alla partnership con la principale associazione di olivicoltori tunisina.
Un progetto di questo tipo è attualmente in cantiere tra ENEA, Kyoto Club, il mondo della olivicoltura italiana ed altri operatori, e sarà sottoposto alla nuova Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo nel prossimo autunno/inverno.

Seguendo il Modello Canino sviluppato dall’ENEA, si possono attuare progetti pilota di introduzione di tecniche innovative di difesa della coltivazione (Integrated Pest Management), conferimento a ciclo continuo, molitura e conservazione in atmosfera di azoto mutuate dalla esperienza italiana degli anni 80 e 90. Queste tecniche, accompagnate da azioni di comunicazione sul marchio “Olio Tunisia di Qualità”, potrebbero promuovere la commercializzazione dell’olio tunisino non tanto in Europa ma verso i Paesi del Medio Oriente e del Golfo.

Sulla base dei dati dell’analogo processo d’incremento qualitativo in Spagna ed Italia, abbiamo stimato un aumento del rendimento economico delle produzioni di circa il 50%, equivalente ad un aumento in valore della produzione di circa 300 milioni di dinari tunisini (ca. 130 milioni di euro, agosto 2016) ed il raddoppio di occupati nel settore olivicolo tunisino, che in cifre può valere poco meno di 150 mila nuovi posti di lavoro permanenti, equivalente ad un incremento del 4% dell’occupazione su scala nazionale3.

Un processo di tale portata può essere sviluppato con un investimento di non più di 15-20 milioni di euro, per almeno cinque anni, ampiamente disponibili attraverso i 145 milioni di “aiuti alla bilancia dei pagamenti” della Cooperazione Italiana.
Un’occasione, per l’Italia, di valorizzare una delle sue eccellenze agroalimentari, contribuendo a creare sviluppo, intrinsecamente apportatore di pace, in un paese vicino la cui stabilità è anche di interesse strategico per l’Italia.

 

Per saperne di più:

 


1 Circa 12 milioni di ECU, se non ricordo male, in valuta 1990.

2 Professor Peter Thomas Haskell, BSc PhD DIC CMG, 1923-2012 http://www.cardiff.ac.uk/obituaries/obituary/peter-haskell

3http://www.ins.nat.tn/publication/Mesure_de_la_pauvrete.pdf

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