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Intervista

Intervista

a cura di Gaetano Borrelli

a Franco Ferrarotti, Sociologo urbano

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Gennaio - Marzo 2017

Parliamo di smart city…

Parlare di città intelligenti e quindi di città, come dire, un po’ beote e un po’ stupide significa avere un’idea di città. Storicamente, se mi permette come sociologo di essere un po’ temerario nelle definizioni, conosciamo due tipi di città più una terza che ancora non riusciamo a comprendere.

C’è la città classica monocentrica che cresce per cerchi concentrici sempre più vasti. È il caso di Roma e Atene che avevano la loro anima e il cuore nella piazza, rappresentati dal Foro e l’Agorà.

La città nasce con la sedentarietà dei gruppi umani, al termine del periodo nomadico, il periodo dei gruppi tribali in perpetua transizione. Le ragioni della fine del nomadismo sono sostanzialmente due, la necessità di seppellire i morti e l’agricoltura. È sempre più difficile portarsi dietro i morti, fonte d’identità, ma la vera ragione va cercata soprattutto nell’esigenza di avere più tempo per far crescere il frumento, il grano.  Tra la seminagione, la sedimentazione e finalmente il germinare il frutto del proprio lavoro, passano sei, sette, otto mesi. Tutto comincia da lì, compreso il fenomeno urbano originariamente legato alla sedentarietà dei gruppi umani. Per questo non sono d’accordo nel vedere nella città solo l’oppidum cioè la città fortificata, la rocca.

Dalla città monocentrica, col suo centro, siamo passati alla città di oggi, o meglio, di ieri o dell’altro ieri, che però ancora oggi è fiorente, la città della società industriale. Qui siamo di fronte a un fenomeno urbano agglutinante che non cresce più intorno a un centro. Ne parlavo con il mio vecchio amico carissimo, l’architetto Ludovico Quaroni, ci chiedevamo dove fosse l’anima della città. L’anima della città è il suo centro; quando non c’è più il centro – e questo viene meno con la società industriale, agli inizi del Novecento – abbiamo un secondo tipo di città, di fenomeno urbano da un punto di vista storico. Lo definirei città agglutinante nel senso che aggiunge quartiere a quartiere senza chiamare in causa la forma originaria. È una città che si diffonde non a macchia d’olio, ma a pelle di leopardo, una città che si affastella, che si espande in maniera caotica. Io stesso ho scritto “Roma, la città periferia”, molti anni  fa. I palazzinari hanno costruito e si sono mossi sulla base dell’unica fonte di legittimità, il profitto. Il profitto, secondo me, a differenza di molti che lo vedono negativamente, è fondamentale, è l’unico indice di razionalità della gestione. Il profitto è il differenziale tra costi di produzione e il prezzo di vendita. In Via Tuscolana hanno mangiato anche i marciapiedi, perché il terreno sui cui si costruisce diventa fondamentale e tutto questo è, in effetti, anche molto razionale. La società industriale agglutinante si muove quindi al di fuori di ogni sacralità del territorio, di ogni memoria storica, affastella e si muove in maniera potente. Abbiamo alcuni grandi esempi come Los Angeles, ma anche Lagos in Nigeria. C’è una forza espansiva e selvaggiamente, mi permetto di dire – chiedendo scusa – caotica, che ha un effetto di padronanza ormai sulle hinterland, sulla città, sulla campagna. Cade pertanto la cesura città-campagna per un continuum urbano rurale di cui sappiamo ancora ben poco.

           

Lei sta parlando di una grande trasformazione che sta avvenendo nelle città moderne. Con quali implicazioni sociali?

Noi siamo in presenza di due tipi storici di città: quello monocentrico, che studiamo a scuola, quello agglutinante che abbiamo sotto gli occhi. Tuttavia sta emergendo un terzo tipo di vivere urbano che dovremmo analizzare con molta attenzione. Mi permetto di indicarlo per il momento, come un magma che tende a essere policentrico. Guardiamo a Roma, oggi, 2 milioni 820 mila abitanti, di cui un terzo in periferia. Se si fermasse la periferia, si bloccherebbe tutta la città. Questo vuol dire che la città di oggi, senza saperlo, perché la consapevolezza viene in un secondo momento, è già una meta-città. Il fenomeno urbano va oltre se stesso, stiamo assistendo all’emergere di una realtà policentrica di relativa autonomia la quale, anche solo guardando al fenomeno dell’immigrazione, non è più soltanto multiculturale ma trans-culturale, cioè con una sua cultura che ingloba le varie culture, com’è storicamente accaduto nelle capitali dei grandi imperi, compreso l’Impero Romano.

Questo però mi porta a considerare che non basta più la città storica monocentrica, non basta più la città industriale agglutinante che crea solo disordine e speculazione, non basta più la città multiculturale, multietnica, multireligiosa. Di fronte a questa molteplicità policentrica occorre pensare a un nuovo concetto di cittadinanza, che non abbiamo ancora elaborato. Qui c’è un ritardo grave delle scienze sociali, della filosofia, se vuole anche della linguistica, del senso storico, perché molti storici sono più eruditi che storici, e infine degli scienziati. Stiamo aspettando un nuovo concetto di cittadinanza.

Il cittadino secondo la più libertaria delle rivoluzioni, “liberté, egalité, fraternité”, il citoyen è colui che possiede almeno un lembo di territorio francese. Gli altri, no.

Oggi quindi ancora predomina un concetto o una concezione della cittadinanza come realtà esclusiva e non inclusiva. Potremmo avere una realtà urbana, adesso sto naturalmente fantasticando se non vaneggiando, una realtà metaurbana, oltre urbana, nuova, policentrica, con dei cittadini che in qualche modo, al di là di ogni accidentalità della loro biografia, arrivando, vivendo sul territorio, a un certo punto diventano cittadini a pieno titolo, con uno scambio paritario con tutti gli altri. Tutti gli esseri umani, uomini e donne, sono esseri umani e in quanto tali vanno accettati, rispettati e accolti, riconosciuti. Il riconoscimento, perché manca oggi invece questa nuova concezione.

 Contributo intervista Ferrarotti

Se s’introduce all’interno della città molta tecnologia, utile a salvaguardare l’ambiente, perché nel concetto di smart c’è anche il risparmio, energia ecc., non si corre il rischio di aumentare il senso di atomizzazione del singolo e dei gruppi familiari?

La sfida che lei pone con la sua domanda è possibile! Utilizzare le nuove tecnologie, compresa la robotificazione senza creare scompensi gravi e senza, soprattutto, sconfiggere la funzione storica fondamentale del vivere urbano, che è la convivenza, il vivere insieme.

Lei ha ragione quando evoca lo spettro dell’atomizzazione estrema. È una fruizione individuale che poi è comunicazione a tutti, comunicazione a, non è più comunicazione con. La comunicazione vera, umana, implica anche il faccia a faccia. Implica anche il parlare a grande distanza ma con il venir meno del linguaggio del corpo. C’è l’accesso ma non c’è nessun controllo sull’eccesso! L’eccesso, il chiasso interiore che osservo nei giovani studenti, che arrivano con l’indicazione di 300 titoli per una tesi di laurea ma con molti dubbi sul numero di quelli effettivamente letti.   

Il grande sociologo Georg Simmel, riteneva che proprio l’anonimato che si verifica nelle grandi città è la garanzia ed anche la condizione per la piena indipendenza dell’individuo. Per Simmel questo era una conquista ma Simmel scriveva alla fine dell’Ottocento.

Oggi dobbiamo dire che forse alcuni doni della tecnica avanzata sono doni danaici, un po’ velenosi. In quanto doni, dobbiamo prenderli, dobbiamo essere grati, però con cautela, con molta attenzione, con molta gradualità. E non si tratta solo dell’uso buono o cattivo. L’usare esclusivamente certi strumenti condiziona al punto che il rapporto col prossimo, l’idea di prossimo, scompare. Perché il prossimo è lontano, il prossimo può essere chiunque, è come parlare a tutti, che vuol dire parlare con nessuno. Forse hanno ragione alcuni miei colleghi che sostengono che ci stiamo muovendo verso una fase non più umana ma post-umana.

Poi c’è un altro aspetto che a me sta molto a cuore ed è legato al lavoro. Va bene che sia decentrato, va bene anche a domicilio, ma quando vado in banca e mi rendo conto che un computer fa il lavoro di venticinque bancari, allora c’è un problema di disoccupazione intellettuale, tecnicamente determinata e non dovuta alla scelta di un padrone che ti caccia via.

C’è una quota di sofferenza umana grave che nella situazione attuale, non è chiaro come si possa risolvere. Da questo punto di vista il progresso tecnologico risulterà un progresso soltanto se verrà mediato da un’autorità, che potrà essere politica, economica, manageriale. Ci vorrà un management particolarmente consapevole dal punto di vista etico. Ho lavorato con Adriano Olivetti per molti anni dal 1948 al 1960, fin quando è morto. In Italia era rimasto quasi isolato, ma c’erano altri grandi imprenditori, un manager come Enrico Mattei, un banchiere come Raffaele Mattioli.

Si lavorava sempre a un livello tecnicamente il più avanzato possibile, ma vi erano due condizioni prioritarie: salvaguardare sempre il fattore umano, il capitale umano nella fabbrica e nella comunità e l’ideale di bellezza!

 

Che cosa cambia con l’arrivo della società dell’informazione? L’informazione che per definizione la comunicazione è paritetica e questo favorirà il flusso di informazioni. È stato detto pure con la globalizzazione annullerà le distanze sociali...

L’informazione ha un valore fondamentale strumentale, non finale! La nostra società viene anche definita knowledge society, information society, cioè la società dell’informazione, la società della conoscenza. Per chi? Contro chi? L’informazione è solo uno strumento. È un po’ come il bisturi nelle mani di un bravo chirurgo o di un delinquente, può curare o ferire.  I tecnofili, i devoti della tecnologia come valore in sé, dimenticano che la tecnologia, che è importantissima, è una grande perfezione priva di scopo, ed essendo priva di scopo deve essere costantemente mediata. Quindi una società in cui si sia raggiunto dal punto di vista tecnico un alto livello, non per questo è una società più eguale, più giusta, più funzionale.  Può addirittura diventare –l’abbiamo già visto storicamente – una società in cui un gruppo o più gruppi, variamente privilegiati, possano disporre in tempo reale di quei dati sui quali intervenire a scapito della grande maggioranza della popolazione. L’elettronica, internet che è molto diffuso può essere utilizzato per speculazioni ad alto livello, per esempio nella borsa valori o nel mercato finanziario, o più semplicemente per chiamare casa “aspettate un quarto d’ora prima di buttare gli spaghetti, io faccio tardi e voglio mangiarli al dente”.

L’informazione può essere uno strumento di frattura fra i gruppi sociali. Di qui proviene l’ambiguità di ogni progresso tecnico.

Riguardo alla globalizzazione, tutto ha origine dal bisogno di nuovi mercati per le oltre duecento società multinazionali, in gran parte americane. A fronte della saturazione dei mercati si prospettano due soluzioni, trovare nuovi mercati attraverso la caduta delle barriere protettive e il libero mercato, e poi anche creare nuovi bisogni, anche se fittizi. Non basta più produrre il prodotto, bisogna produrre il consumatore del prodotto al fine di garantire le ruote produttive in movimento.

La mia risposta quindi per ora molto provvisoria, alla sua domanda complessa è questa: non rinunciamo alla tecnologia. In fondo la tecnica applicata e anche le informazioni rapide diffuse sono un bene sociale importante, ma va prestata attenzione alle ricadute in termini sociali di appartenenza e di partecipazione. L’informazione dovrebbe favorire una maggiore partecipazione.

 

Un appunto sul termine smart

Riguardo all’aggettivo inglese smart, questo andrebbe un po’ evitato. So che c’è lo smart phone, ma smart in inglese vuol dire, ed io mi riferisco soprattutto al gergo un po’ dialettale di Manhattan, non proprio intelligente, ma vuol dire furbo più che intelligente, rapido, lesto di mano. Certo non voglio dire lestofante ma lesto di mano, it is smartness. Non è la street smartness, lo street smart è colui che per strada prende cose, raccoglie cose. Invece sarebbe meglio dire clever, termine utilizzato veramente per la persona intelligente, come intus legere: vedere dentro, leggere dentro una situazione.

Accetto ovviamente il termine Smart City, perché poi le parole sono realtà viventi e quindi bisogna accettare il linguaggio. Perché i nostri schemi logici, mentali, sono sempre in ritardo rispetto all’evoluzione della realtà nella sua fatticità quotidiana.  Ed è un ritardo che comporta, in effetti, un rincorrere, in qualche modo un muoversi verso la comprensione di ciò che avviene. Oggi siamo alla presenza di un fenomeno urbano che non comprendiamo più, perché forse è già post-urbano.

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