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Intervista

Intervista

Gaetano Borrelli

a Enrico Giovannini, Portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

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cura di Gaetano Borrelli


Il Prof. Enrico Giovannini è stato Chief Statistician dell’OCSE dal 2001 all’agosto 2009, Presidente dell’ISTAT dall’agosto 2009 all’aprile 2013. Dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato Ministro del lavoro e delle politiche sociali del Governo Letta. È Professore ordinario di statistica economica all’Università di Roma “Tor
Vergata”, docente di Public Management presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS e membro di numerosi Board di fondazioni e di organizzazioni nazionali e internazionali.

Di recente sono sorte molte polemiche dopo l’affermazione dell’ex premier Renzi che ha dichiarato la necessità di aiutare i migranti a casa loro. Come spesso accade, vi è stato un ampio dibattito su questa frase di Renzi, peraltro estrapolata dal contesto, poiché molti ritengono che dietro il concetto si nasconda una idea di abbandono e non di vero aiuto. D’altra parte l’esistenza di una cooperazione internazionale si giustifica principalmente con interventi fuori dal Paese, anche se l’obiettivo di destinare lo 0,7% del Pil alla cooperazione appare come molto lontano dalla realtà.  Cosa pensa dell’ “Aiutiamoli a casa loro” e delle possibilità di raggiungere l’obiettivo dello 0,7%?

Partiamo da una questione di base: perché si fa cooperazione internazionale? Perché ci si rende conto che da soli non si può ottenere un mondo stabile, un mondo che eviti non soltanto le guerre ma anche quelle migrazioni di massa che sono già avvenute in passato e sappiamo avverranno in futuro, anche perché noi siamo ai margini di quella che Lucio Caracciolo chiama chaos land, cioè tutta la fascia sahariana (non solo in Africa, ma anche negli altri Paesi) che sarà la più colpita dal cambiamento climatico. Naturalmente in Africa abbiamo una dimensione ulteriore.  Mentre gli altri continenti stanno vedendo una dinamica demografica sostanzialmente sotto controllo, l’Africa è assolutamente fuori controllo e quindi sappiamo che nei prossimi decenni vedrà un aumento formidabile della popolazione.

D’altra parte sappiamo anche che le migrazioni non riguardano solo i più poveri ma anzi, man mano che cresce il reddito, aumentano i migranti perché più persone possono provare a muoversi. In altri termini l’Italia, ma direi l’Europa nel suo complesso, ha un interesse enorme a fare cooperazione internazionale, non tanto per tenere le persone là dove sono, ma perché non c’è alternativa a una cooperazione se vogliamo un futuro ordinato.

Naturalmente poi la cooperazione può essere un’opportunità di business, non nella misura estrema del passato, in cui si davano soldi ai Paesi in via di sviluppo a patto che loro comprassero le merci nei Paesi sviluppati, ma perché effettivamente con la globalizzazione abbiamo l’interesse a che l’intero pianeta si sviluppi. Lo abbiamo particolarmente in un Paese come l’Italia, dove si producono beni avanzati, non beni di base.

Per quanto riguarda il raggiungimento dello 0,7% non si vede perché no: oggi siamo intorno allo 0,3%. C’è stato un aumento rispetto agli anni scorsi anche perché in quella voce vengono contabilizzati anche gli aiuti ai migranti sul territorio italiano, ma questo vale anche per gli altri Paesi. Anzi, come Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, abbiamo suggerito di cercare di accelerare il passo in modo da dimezzare il gap entro il 2025 aumentando, quindi, gli aiuti allo sviluppo.

Un’ulteriore considerazione da fare riguarda il fatto che gli aiuti allo sviluppo sono anche un’opportunità per la cooperazione non governativa e quindi per le organizzazioni non governative. È evidente anche un interesse da parte delle imprese, per esportare un modello sociale ed economico basato sulla cooperazione e non solo sulla competizione.

 

Al di là dell’impegno pubblico, si parla spesso di “incoraggiare e promuovere efficaci partenariati tra soggetti pubblici, pubblico-privati e nella società civile, basandosi sull’esperienza e sulle strategie di accumulazione di risorse dei partenariati”. Tutto ciò sembra chiarissimo ma, se me lo permette, avrei qualche domanda, ad esempio sul pubblico-privati. Escludendo le azioni filantropiche, classiche di soggetti privati, come si realizzano questi partenariati e perché potrebbero essere più efficaci del solo intervento pubblico?

Oggi le imprese stanno capendo sempre più che fare impresa non rappresenta solo la massimizzazione del profitto. La responsabilità sociale d’impresa, l’adesione all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, la rendicontazione economica, ma anche ambientale e sociale, stanno diventando pratiche diffuse soprattutto per le medie e le grandi imprese. Allora sarebbe un po’ paradossale che le imprese seguissero questi standard quando operano in Italia e quando invece vanno all’estero, dove magari non c’è l’obbligo di rendicontazione, si comportassero come i capitalisti di alcuni film che distruggono l’ambiente e donne con bambinocosì via. In realtà, sempre più spesso sono le stesse imprese internazionali che impongono standard alle imprese locali quando vogliono fare business internazionale. In questa nuova ottica dunque non si tratta semplicemente di entrare in un nuovo mercato, magari localizzando in un Paese in via di sviluppo un’attività di tipo industriale, ma di riconoscere che ognuna di queste attività può creare un’interazione virtuosa o viziosa con il territorio che la circonda. Pensiamo a quello che stanno facendo le aziende minerarie per tentare di evitare finalmente – anche se sarà sempre troppo tardi – l’abuso nel lavoro minorile o lo sfruttamento di territori che poi, una volta esaurita la miniera, perdono completamente ogni capacità economica. Valorizzare le comunità locali aiutandole, come si dice, non solo a mangiare il pesce ma a imparare come pescare in modo sostenibile, diventa un’opportunità sì di business, ma anche di cooperazione con il pubblico, perché nel momento in cui si individua, per le politiche di cooperazione, un’area su cui costruire una centrale a energia rinnovabile, si rende appetibile quel territorio anche a soggetti privati che quindi possono fare massa critica. Questo è il senso, ma è molto lontano dall’essere applicato in pratica. All’interno del Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo esiste un gruppo che si occupa di questi temi, ma fa ancora fatica a capire come tutto questo dovrebbe avvenire. Altri Paesi, soprattutto i Paesi nordici, hanno pratiche un po’ più sviluppate perché sono più abituati ad agire in questo modo: potremmo imparare da loro per cercare di colmare il gap il prima possibile.

 

A questo proposito mi viene in mente una considerazione che le sottopongo. La cooperazione dovrebbe sempre considerare i cosiddetti Sustainable Development Goals (SDGs) proposti dalle Nazioni Unite e che dovrebbero essere incorporati nella Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile. A che punto è questo passaggio e soprattutto esiste una Commissione Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile?

Qui tocca un punto che dimostra come il nostro Paese stia perdendo molto tempo su questi temi. Le sintetizzo il quadro della situazione: a settembre del 2015 il Governo firma, come tutti i Paesi del mondo, l’Agenda 2030.  Viene fondata l’ASviS all’inizio del 2016 proprio per creare una rete della società civile che possa spingere il mondo italiano a prendere seriamente la portata di tutto questo. A dicembre del 2015 va in porto finalmente il famoso collegato ambientale tratto dalla legge di bilancio del Governo Letta -l’unica che avevamo fatto- nel quale si trova una frase che dice: bisogna aggiornare la Strategia di sviluppo sostenibile e ad occuparsene deve essere il Ministero dell’Ambiente. Qui si apre una discussione molto sostenuta dall’ASviS: in primo luogo, abbiamo preso questo impegno internazionale e ci siamo accorti che non lo avevamo neanche tradotto in italiano – non tanto i Goal, quanto i Target, e quindi lo abbiamo tradotto in italiano. Secondo, abbiamo rimarcato al Governo che questa strategia non è solo ambientale, non è lo sviluppo sostenibile nella vecchia accezione o meglio, nell’accezione che andava per la maggiore: qui si parla di una integrazione totale delle politiche economiche, sociali, ambientali e istituzionali. Quindi, abbiamo cominciato a spingere affinché il Ministero dell’Ambiente dialogasse non solo con la società civile, ma con tutti gli altri Ministeri e, in effetti, il Ministero ha cominciato a lavorare su questi temi.

La strategia di sviluppo sostenibile vede la luce a settembre del 2017, viene poi approvata ufficialmente dal CIPE a dicembre del 2017, e in essa si dice già che sarà Palazzo Chigi, quindi la Presidenza del Consiglio, ad assumerne il coordinamento. Soltanto nel marzo 2018, “in zona Cesarini”, il Presidente del Consiglio Gentiloni firma una direttiva che istituisce la Commissione Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, che ancora non è stata di fatto formata e su cui noi stiamo incalzando il nuovo Governo.

Vediamo cos’è successo in altri Paesi, tanto per capire la velocità. In Spagna il Governo Rajoy non prende molto seriamente tutta questa situazione. Qualche mese fa, invece, il Governo Sanchez prende due decisioni fondamentali: in primo luogo, imitando il Governo francese, istituisce il Ministero della Transizione ecologica e inclusiva, in pratica assimilando l’Energia, i Trasporti e l’Innovazione al Ministero dell’Ambiente; in secondo luogo, assegna a un Ministro senza portafoglio nella Presidenza del Consiglio l’incarico dell’Agenda 2030. Entrambi i Ministri, peraltro, sono donne. Ecco, tutto questo è avvenuto in tempi rapidissimi. Ora, non è che voglio necessariamente fare della Spagna un modello. Il punto cruciale è che se dobbiamo raggiungere certi obiettivi entro il 2030, abbiamo, al 2018, una strategia che è ancora troppo leggera e soprattutto ci mancano dei pezzi fondamentali. Pensiamo alla Strategia energetica nazionale approvata ai primi di ottobre 2017, anche quella “in zona Cesarini” del precedente Governo. Pensiamo alla Strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che manca. Pensiamo alla Strategia per l’economia circolare, di cui abbiamo avuto soltanto dei pezzi. E pensiamo al fatto che, entro quest’anno, il Governo deve presentare in sede europea una strategia integrata clima/energia che affronti una volta per tutte, la decarbonizzazione e la preparazione al cambiamento climatico. Ecco, ogni mese perduto su questi temi è un mese che conta doppio, visto che il tempo si restringe. Quello che noi notiamo, anche grazie all’azione di ASviS, è un interesse crescente al di là del Governo, nella società civile, nelle Regioni, nei Comuni, per queste tematiche. Serve però che la politica indichi chiaramente dove vogliamo andare: scegliamo il gas, scegliamo l’elettrico, tutte e due per la mobilità. Insomma, abbiamo bisogno di parole che tra l’altro risuonano molto, per esempio, nelle famose cinque stelle del Movimento 5 Stelle.

Per quanto riguarda l’energia, anche nell’ottica di cooperazione su questo tema, penso che si debba riflettere su una scelta che tenga fuori le fonti fossili, perché queste continuerebbero a essere ovviamente clima-alteranti, quindi la strategia dovrebbe almeno partire da quello.

Per quanto riguarda la sua riflessione sulla multidimensionalità dello sviluppo sostenibile, sono molto d’accordo con lei e mi permetta di dire qualcosa che va, al di là delle domande. Io ho scritto una volta che il concetto di sostenibilità basato esclusivamente sulla questione ambientale, e non su quella sociale ed economica, è un concetto falso, ma non solo. In Italia, ma anche in tutta Europa, abbiamo un problema, e cioè che probabilmente ci schiantiamo prima sulla sostenibilità sociale che su quella ambientale, dimenticando che già la Commissione Brundtland nel 1987 citava lo Sviluppo sostenibile a tutto tondo e che anche l’Agenda 2030 parla di quarta gamba della sostenibilità, quella istituzionale, che è messa a rischio dalla non sostenibilità delle altre.

 

Le posso fare una domanda “collettiva”? Vorrei elencarle una serie di “categorie” che a mio avviso rappresentano criteri di sviluppo sostenibile e, sempre a mio avviso, dovrebbero guidare le azioni della cooperazione internazionale. 

a. La parità di genere

b. Il lavoro dignitoso per tutti

c. L’eliminazione dello sfruttamento minorile

d. La possibilità di un reale commercio equo e solidale

e. L’accesso all’acqua e all’elettricità

f. L’accesso alle informazioni

g. L’accesso alla scuola.

Posso chiederle a che punto siamo e se queste sono anche le priorità della cooperazione?

Lei ha citato in questi punti molti degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs - Sustainable Development Goals) dell’Agenda 2030.  La parità di genere è il numero 5, il lavoro e lo sviluppo è il numero 8, e potrei continuare. Uno dei primi successi di ASviS è stato proprio di avere spinto il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale ad adottare il sistema degli SDGs come quadro per tutti gli interventi. In altre parole ogni intervento, anche sulla spinta OCSE, deve avere un codice che lo lega ai vari target dell’Agenda 2030. Questo naturalmente non basta, perché è l’integrazione fra le varie politiche che poi fa la differenza. La cooperazione italiana è una componente importante della cooperazione europea, ma poi sappiamo che i fondi europei sono molto più ampi di quelli dei singoli Paesi. Allora non dobbiamo ragionare soltanto sulla cooperazione di un Paese, ma dobbiamo ragionare di nuovo a livello europeo, soprattutto considerato che, finalmente, l’Europa si è accorta dell’Africa. Io non sono un esperto di progetti di cooperazione a livello locale, ma basta parlare con chi lo è per capire che quello che bisogna cercare di fare è aiutare una comunità a restare tale e farla crescere nei diritti, nel rispetto, aiutandola a mostrare che quel tipo di sviluppo è conveniente per tutti.

Lei ha citato anche l’energia. Non dobbiamo dimenticare che in particolare in Africa una delle maggiori cause di emissioni di gas climalteranti è la combustione di legna e biomasse per il riscaldamento, ma soprattutto per cucinare. Forse non abbiamo nel mondo le soluzioni tecnologiche a tutti i nostri grandi problemi, ma certamente su questi temi le abbiamo. Oggi sappiamo che è possibile usare energia rinnovabile con micro-interventi e non necessariamente con super interventi che pure possono essere necessari per cambiare la cultura. Ma è il cambiare la cultura che è il pezzo cruciale, perché se le donne continuano a essere considerate quelle che devono essere impiegate a prendere la legna, e poi a cucinare, e improvvisamente il nuovo modo di usare l’energia libera il tempo delle donne e non c’è un progetto per consentire loro di essere utili alla società in modo diverso, si rischiano drammi culturali enormi.  Ed è qui la grande difficoltà culturale, dove ogni Paese porta un po’ la sua cultura negli interventi di cooperazione, ma dove non si realizza il salto necessario se gli interventi vengono realizzati in modo disconnesso.

L’Europa, a mio parere, ha una sua particolarità: oggi è la campionessa mondiale di sviluppo sostenibile, la zona più avanzata da questo punto di vista, ma attenzione: nell’immaginario collettivo sta cominciando a diventare una società che guarda alla retrotopia, cioè guarda al passato invece che al futuro, si specchia in sé stessa, pensa alla cooperazione come a un modo per evitare di avere rotture dei propri sistemi dovuti alle migrazioni. Se non è una società anche attraente, perde la capacità di promuovere il modello culturale che è storicamente il più sostenibile al mondo.

L'Utopia Sostenibile

Spesso in passato le attività di cooperazione sono state associate a interessi privati dei governanti locali, basti pensare alla storia tra Italia e Somalia. Altre volte, anche di recente, alcuni membri di organizzazioni che agiscono all’interno delle attività di cooperazione, sono stati accusati di reati. A lei che tanto tempo ha dedicato agli indicatori di valutazione vorrei chiedere, se è possibile, e come è possibile, creare un sistema di valutazione per quelli che si occupano di cooperazione.

 Questa è una domanda che non ha una risposta. Sì, bisogna assolutamente farlo e agli indicatori penseranno gli esperti, ma questa non è una risposta seria naturalmente. Provo a dare una risposta un po’ più articolata. Io mi sono riavvicinato al tema dello sviluppo sostenibile perché nel 2014 fui chiamato dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon a immaginare come la data revolution, cioè la proliferazione di tutti i nuovi sistemi di raccolta dati, potesse consentire di monitorare il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile ancor prima della definizione degli Obiettivi stessi e di come i dati potessero divenire essi stessi motivo di sviluppo sostenibile. Nel 2014 la grande differenza tra il vecchio modo di valutare e il nuovo modo di valutare è che oggi, grazie al sensore, all’internet delle cose, i dati fruiscono mentre si fanno le cose e non dopo averle fatte, ma questo avviene solo se si inserisce nel proprio progetto questo meccanismo di monitoraggio continuo, sia esso un sensore, un satellite o un invio di informazioni qualitative via cellulare.

Le faccio un esempio che apparentemente non c’entra nulla. Come Ministro, quando lanciammo la “garanzia giovani”, programma per aiutarli ad uscire dalla condizione di inattività, io avevo previsto un monitoraggio settimanale, micro, a livello di individuo. Ogni settimana il Ministero del Lavoro ha pubblicato un rapporto sul monitoraggio della “garanzia giovani”. Credo che la “garanzia giovani” sia stata la politica dove commentatori e giornalisti si sono sbizzarriti di più solo perché c’erano i dati, salvo poi generalizzare sui risultati. Quello è un esempio in cui è stato pensato fin dall’inizio il monitoraggio continuo, non per far scrivere i giornalisti, ma per intervenire laddove le cose non andassero bene. Questo intervento però non c’è stato. Mutatis mutandis, oggi la produzione che serve alla valutazione, serve all’aggiustamento continuo dei progetti in itinere e non solo alla fine, perché il costo della raccolta dati si è abbattuto drasticamente dal momento che il costo della detenzione dei dati è zero. Bisognerebbe quindi che tutti i progetti di cooperazione, sia privati che pubblici, fossero studiati immaginando la data revolution come elemento intrinseco del progetto stesso - e questo per quanto concerne il singolo progetto.  Gli indicatori, poi, dipendono dal progetto e sono efficaci soprattutto se si ha un monitoraggio in tempo reale. E soprattutto un monitoraggio dettagliato sul piano territoriale, perché oggi con la geo-referenziazione si riescono a ottenere i dati su ogni singola unità. Questo basta? No. Ed è il forte impulso dato dai Sustainable Development Goals, a livello di target, perché se tutti i Paesi fossero in grado di misurare i target in tempo sostanzialmente reale, allora avremmo anche una valutazione macro, non del singolo progetto, ma dell’insieme dei progetti. Per far questo però servono investimenti massicci, soprattutto nei Paesi che stanno più indietro perché hanno dei sistemi statistici assolutamente inadatti. Ed è qui che, di nuovo, gli investimenti in cooperazione potrebbero fare la differenza. C’è però un problema politico molto serio: in molti casi questi investimenti potrebbero creare dei centri regionali più che dei singoli Paesi, cioè sfruttare l’economia di scala, ma sappiamo che questo fa entrare in un campo minato. Perché all’interno di un’area potrei essere interessato ad alcuni Paesi e ad altri no, oppure potrebbe verificarsi che nessuno vuole mettere in comune, creando una grande difficoltà. Pensiamo all’utilizzazione dei satelliti, che avrebbero bisogno di essere pensati e realizzati in termini di economia di scala, ma anche questo si scontra con problemi politici molto rilevanti.

 

Un’ultima domanda. In questo numero della Rivista l’oggetto è la Cooperazione internazionale. Molti articoli, inevitabilmente, finiscono per parlare di migranti. La domanda è: siamo utili noi a loro o in un futuro neanche così lontano, magari a causa del calo demografico, saranno più utili loro a noi?

Questo “noi e loro” è nei fatti, nella cultura, nella storia. Torno al commento che facevo prima. Oggi abbiamo dei problemi globali di dimensioni gigantesche. Non parliamo di sviluppo sostenibile tanto perché ci va, ma perché – e lo hanno decretato anche  tutti i Capi di Stato firmando l’Agenda 2030 – l’attuale modello è insostenibile: punto.  Lo è sul piano economico, sul piano sociale, sul piano istituzionale e sul piano ambientale. L’OCSE è uscito nei giorni scorsi con gli aggiornamenti delle previsioni al 2060, per tutti i Paesi del mondo. Nei Paesi sviluppati, bene che va, a causa dell’invecchiamento della popolazione, del declino delle attività, eccetera, mediamente avremo un tasso di crescita del PIL dell’1,7% all’anno. Ma lei pensa che con un tasso di crescita dell’1,7% in Europa noi riassorbiamo i 120 milioni di persone che sono a rischio di povertà ed esclusione sociale? Cioè un quarto della popolazione, in presenza di un’innovazione tecnologica come quella che sta arrivando? Non esiste proprio. Lei pensa che appunto, con i cambiamenti climatici stimati dagli scienziati reggeremmo una migrazione di massa dall’Africa verso zone meno affette da cambiamenti climatici? Il problema dell’acqua che già adesso ha generato guerre in giro per il mondo, pensa che sia gestibile semplicemente con delle autobotti? I problemi che abbiamo di fronte sono problemi che hanno riportato all’attualità le previsioni drammatiche del Club di Roma del 1972, e proprio guardando alle curve previste allora e ai dati effettivi, noi siamo esattamente lungo uno degli scenari prefigurati all’epoca. Di fronte a tutto questo si può reagire in tre modi: adottando una visione distopica che prefigura un futuro disastroso, quindi compriamoci dei bunker e proviamo a resistere; con una visione retrotopica, come dice Bauman appunto, in cui speriamo, elevando muri o tornando a un passato che in realtà non è mai esistito, di evitare il salto finale, come lui lo chiama, legato alla globalizzazione. Bauman richiama il fatto che tutte le volte che, come umanità, abbiamo fatto un salto, lasciando le caverne e diventando agricoltori, costruendo le città, gli Stati, e poi gli Stati sovrannazionali, implicitamente abbiamo allargato il concetto di “noi” e ristretto il concetto di “loro”. Dice Bauman, adesso stiamo facendo l’ultimo salto in cui tutti siamo “noi”. Io aggiungo anche: il pianeta siamo noi. Solo che questo salto lo stiamo facendo nel giro di qualche decina di anni, non in centinaia di anni come nel passato. Questo spinge tante persone a dire: no, fermi tutti, torniamo indietro! Ma sappiamo che tornare indietro non ci porta da nessuna parte. L’unica alternativa, quella dell’utopia sostenibile, come l’ho chiamata nel mio libro, è appunto di uno sviluppo sostenibile in cui riusciamo a trovare delle interazioni, sia per fini economici, che per fini sociali, pensionistici, per fini di pace e così via, in cui tutti siamo “noi”, compreso il pianeta. Il fatto che noi abbiamo una popolazione declinante e che non esista sistema pensionistico in grado di reggere a una cosa del genere è ben noto. Possiamo alleviare questo problema aumentando, in particolare in Italia, il tasso di occupazione, che è molto basso. Questo può implicare lavorare più a lungo, ma soprattutto può avere l’implicazione di ridurre la disoccupazione e aumentare il tasso di occupazione femminile, che è particolarmente basso. Comunque sia, il tema dell’immigrazione è un tema da affrontare. Se fossimo un Paese razionale, tenteremmo di definire quanta popolazione vogliamo tra 30 e tra 50 anni. In seguito ci domanderemmo quanta ne vogliamo nata qui e quanta nata altrove. Poi ci chiederemmo che tipo di popolazione vogliamo: popolazione giovane? Popolazione anziana? Ci domanderemmo anche: di quelli che non sono nati qui, quanti ne vorremmo nati in Europa? E quanti nati fuori dall’Europa? Perché potremmo anche tentare di importare europei con livelli di qualificazione diversa, non solo badanti, anche ingegneri. Ma questo vorrebbe dire cambiare le nostre politiche. Un modo razionale di affrontare le cose è indispensabile. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di slogan che di fatto non risolvono i problemi e rendono ancora più insostenibile la convivenza. Su questo personalmente ho una posizione molto ferma, ma mi rendo conto che ci sono tante persone che sono spaventate da una globalizzazione che già gli ha fatto perdere il posto di lavoro o che genera in alcune aree, soprattutto le più degradate delle città, situazioni non vivibili. La complessità va accettata e forse avremmo dovuto cambiare le nostre politiche molto prima, alla luce proprio di un futuro più sostenibile anche sul piano sociale, culturale e non solo economico, pensando soltanto al rapporto debito/PIL.

 

 

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