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Oltre le parole, c’è un signifcato

Oltre le parole, c’è un signifcato

di Alessandro Lanza, Consiglio di Amministrazione ENEA, Università LUISS, Roma

DOI 10.12910/EAI2018-007

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Sviluppo sostenibile, economia circolare, green economy sono concetti vaghi e transeunti come le mode o c’è un significato più profondo, condiviso e utile?

Una definizione, che a prima vista può sembrare intuitiva e semplice poiché sembra si fondi su alcuni concetti semplici, presenta in realtà alcuni problemi importanti che è necessario evidenziare. In termini schematici esistono alcune questioni irrisolte:

il tema della sostituibilità fra fattori di produzione e dunque i concetti di sostenibilità molto debole (Smd), sostenibilità debole (Sd), sostenibilità forte (Sf), sostenibilità molto forte (Smf).

Esiste un irrisolto (ed irrisolvibile) problema di equità da articolare eventualmente in equità infragenerazionale ed  intergenerazionale.

Se proviamo a considerare per un momento la situazione attuale alla luce di questi problemi, si comprende bene il potenziale “eversivo” della nozione di sviluppo sostenibile e, forse proprio per questo, la complessità della sua applicabilità. Va infine  ricordato come alcuni autori abbiano sottolineato con forza la necessità di una sostenibilità anche culturale: in altre parole, il processo di modernizzazione che caratterizza un Paese deve cercare di trovare le forze del cambiamento all’interno di una continuità culturale.        

Come spesso accade tuttavia, il dibattito politico e le parole d’ordine cambiano nel tempo, e con le parole l’attenzione dell’opinione pubblica. Dieci anni fa il mantra universalmente riconosciuto era quello della sostenibilità. Un termine come abbiamo visti assai vago – ma non sappiamo se vi fosse stato l’interesse a renderlo operativo e tecnico. Si tratta invece di un concetto eminentemente politico che offre una cornice nella quale calare tutte le nostre politiche. Ed è per questo che è stato spesso un errore pensare ai temi della sostenibilità come sinonimo dei temi ambientali. Ecco perché è stato sbagliato affrontare questo tema con documenti del Ministero dell’Ambiente unicamente centrati sui temi ambientali. Ecco perché finalmente,  a partire da quest’anno,  anche il nostro Paese è passato ad una definizione più corretta attraverso la definizione della Strategia Nazionale per la Sostenibilità. Una definizione che ha offerto uno spazio possibile tra ambiente ed economia, strutturando il concetto di sviluppo sostenibile in cinque aree, corrispondenti alle cosiddette “5P” proposte dall’Agenda 2030: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership.

L’ubriacatura subita nel passato sui termini di sostenibilità sembra essersi placata. Tutto doveva essere sostenibile: le società, le aziende, le amministrazioni pubbliche, i trasporti e la lista potrebbe continuare. Ed intorno al (quasi) nulla non sono mancate le distinzioni: sostenibilità ambientale o sostenibilità tout court? Sostenibilità ambientale o sostenibilità economica?

Sta di fatto che, repentinamente e senza preavviso così come si era imposto, il termine sostenibilità è sparito dagli schermi. Ci sono diverse modalità per verificare empiricamente questa osservazione. Un modo semplice è far ricorso al NGRAM Viewer1.

In modo molto schematico possiamo dire che attraverso l’analisi di un campione di pubblicazioni in lingua inglese per un certo anno è possibile verificare il numero delle “occorrenze”, ovvero quante volte – in termini percentuali –

Focus Oltre le parole Fig 1
Fig. 1 Risultati NGRAM Viewer relativi all’espressione “sustainable development”
quell’espressione si trova rispetto al totale delle parole/frasi contenute nei volumi consultati.

La Figura 1 riporta i risultati relativi all’espressione “sustainable development”.

Il valore strettamente numerico non è molto rilevante perché il confronto avviene con il totale di ciò che è stato pubblicato. La dinamica tuttavia è chiara: il concetto viene introdotto alla fine degli anni ’80, cresce esponenzialmente fino ai primi anni del 2000, per poi stabilizzarsi nell’ultimo decennio.

 

Focus Oltre le parole Fig 2
Fig. 2 Risultati NGRAM Viewer relativi all’espressione “circular economy”
Parte dei concetti espressi dal termine “sviluppo sostenibile” sono stati ripresi da idee che si sono imposte di recente all’attenzione e al dibattito. Una di queste è quella di “economia circolare”, che acquista attenzione nel corso degli ultimi 10 anni, come può essere letto con chiarezza nella Figura 2.

Va rilevato tuttavia che – così come per la definizione di sviluppo sostenibile – si tratta di una costruzione brillante e allo stesso “politica”. Sfugge cioè a quel rigore formale delle teorie economiche propriamente dette. Il problema non sta nel decidere se un approccio sia migliore di un altro. Da molti punti di vista si tratta di costruzioni non comparabili.

Il termine di “economia circolare” nasce e si sviluppa seguendo diversi percorsi anche eterogenei tra loro. Volendo schematizzare, possiamo affermare che le idee dell’economia circolare nascono principalmente come ipotetica risposta all’attuale modello economico ritenuto essere unicamente un modello di produzione e consumo. Un modello quindi intrinsecamente insostenibile poiché basato su un modello di crescita continua a scapito delle risorse naturali. Non tanto diverso dal modello malthusiano di (supposta) inconciliabilità tra una crescita economica infinita che non può essere sostenuta dall’uso di risorse naturali finite.

Un altro chiaro esempio di modello a basso tasso di sostituibilità tra fattori della produzione, secondo la logica della definizione di “sviluppo sostenibile”.  Secondo questo approccio, l’adozione di modelli di produzione e chiusura del ciclo all’interno di un sistema economico dato (ovvero l’ “economia circolare”), favorirebbe l’efficienza dell’uso delle risorse, con particolare attenzione per l’ambiente urbano e i rifiuti industriali, per raggiungere un migliore equilibrio e armonia tra economia, ambiente e società. Le origini del pensiero sull’economia circolare vanno ricercate nell’economia ecologica, corrente di teoria economica incentrata su un forte legame tra equilibrio dell’ecosistema e benessere delle persone e spesso in contrasto con altre correnti di pensiero dell’economia. Gli approcci pratici differiscono da Paese a Paese. Tipicamente si tratta di strumenti per progettare top down l’ambiente e politiche di gestione dei rifiuti.  Nel dicembre del 2015 la Commissione Europea ha adottato un ambizioso pacchetto sull’economia circolare composto da un piano d’azione dell’UE con misure relative all’intero ciclo di vita dei prodotti: dalla progettazione, all’approvvigionamento, alla produzione e al consumo fino alla gestione dei rifiuti e al mercato delle materie prime secondarie.

L’obiettivo finale della promozione di “economia circolare” è il cosi detto decoupling, ovvero il disaccoppiamento fra la pressione sull’ambiente e la crescita economica. L’implementazione delle pratiche di “economia circolare” in tutto il mondo sembra ancora nelle fasi iniziali, ed è principalmente focalizzato sul riciclo piuttosto che sul riutilizzo, ma risultati importanti sono stati raggiunti in alcuni settori specifici  (ad esempio nella gestione dei rifiuti, dove si ottengono elevati tassi di riciclaggio dei rifiuti). L’economia circolare implica l’adozione di modelli di produzione più puliti, con un deciso aumento di responsabilità a livello aziendale e conseguente incremento di consapevolezza di produttori e consumatori sostenuti dall’uso di tecnologie e materiali rinnovabili.

Altro tema recentemente esplorato nel dibattito è quello della green economy (economia verde).

Non esiste una definizione comunemente accettata del termine. Possiamo tuttavia ricordare che, secondo la definizione della Commissione Europea,  la green economy è “un’economia che genera crescita, crea lavoro e sradica la povertà investendo e salvaguardando le risorse del capitale naturale da cui dipende la sopravvivenza del nostro pianeta”. L’OCSE utilizza il termine di green growth per indicare “una crescita economica che sappia ridurre l’inquinamento, le emissioni di gas serra e i rifiuti, preservando il patrimonio naturale e le sue risorse”. L’UNEP considera la green economycome “un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva, che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo allo stesso tempo i rischi ambientali”. A prima vista possono sembrare equivalenti ma sono in realtà molto diverse tra loro. Ed in particolare differiscono per l’adozione di criteri più o meno stringenti del concetto stesso di sostenibilità e di formazione del capitale antropico oltre che quello naturale. L’UNEP parla di “efficiente uso delle risorse”, l’OCSE intende invece “preservare il patrimonio naturale”. Mentre l’UNEP esprime con chiarezza la possibilità di un scambio tra patrimonio antropico e quello naturale, l’OECD sembra escluderlo. Detto questo è anche impossibile definire con chiarezza cosa significhi “efficiente” secondo la versione UNEP: dal punto di vista economico oppure secondo altre

Una definizione, che a prima vista può sembrare intuitiva e semplice poiché sembra si fondi su alcuni concetti semplici, presenta in realtà alcuni problemi importanti che è necessario evidenziare. In termini schematici esistono alcune questioni irrisolte:

il tema della sostituibilità fra fattori di produzione e dunque i concetti di sostenibilità molto debole (Smd), sostenibilità debole (Sd), sostenibilità forte (Sf), sostenibilità molto forte (Smf).

Esiste un irrisolto (ed irrisolvibile) problema di equità da articolare eventualmente in equità infragenerazionale ed  intergenerazionale.

Se proviamo a considerare per un momento la situazione attuale alla luce di questi problemi, si comprende bene il potenziale “eversivo” della nozione di sviluppo sostenibile e, forse proprio per questo, la complessità della sua applicabilità. Va infine  ricordato come alcuni autori abbiano sottolineato con forza la necessità di una sostenibilità anche culturale: in altre parole, il processo di modernizzazione che caratterizza un Paese deve cercare di trovare le forze del cambiamento all’interno di una continuità culturale.        

Come spesso accade tuttavia, il dibattito politico e le parole d’ordine cambiano nel tempo, e con le parole l’attenzione dell’opinione pubblica. Dieci anni fa il mantra universalmente riconosciuto era quello della sostenibilità. Un termine come abbiamo visti assai vago – ma non sappiamo se vi fosse stato l’interesse a renderlo operativo e tecnico. Si tratta invece di un concetto eminentemente politico che offre una cornice nella quale calare tutte le nostre politiche. Ed è per questo che è stato spesso un errore pensare ai temi della sostenibilità come sinonimo dei temi ambientali. Ecco perché è stato sbagliato affrontare questo tema con documenti del Ministero dell’Ambiente unicamente centrati sui temi ambientali. Ecco perché finalmente,  a partire da quest’anno,  anche il nostro Paese è passato ad una definizione più corretta attraverso la definizione della Strategia Nazionale per la Sostenibilità. Una definizione che ha offerto uno spazio possibile tra ambiente ed economia, strutturando il concetto di sviluppo sostenibile in cinque aree, corrispondenti alle cosiddette “5P” proposte dall’Agenda 2030: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership.

L’ubriacatura subita nel passato sui termini di sostenibilità sembra essersi placata. Tutto doveva essere sostenibile: le società, le aziende, le amministrazioni pubbliche, i trasporti e la lista potrebbe continuare. Ed intorno al (quasi) nulla non sono mancate le distinzioni: sostenibilità ambientale o sostenibilità tout court? Sostenibilità ambientale o sostenibilità economica?

Sta di fatto che, repentinamente e senza preavviso così come si era imposto, il termine sostenibilità è sparito dagli schermi. Ci sono diverse modalità per verificare empiricamente questa osservazione. Un modo semplice è far ricorso al NGRAM Viewer1.

In modo molto schematico possiamo dire che attraverso l’analisi di un campione di pubblicazioni in lingua inglese per un certo anno è possibile verificare il numero delle “occorrenze”, ovvero quante volte – in termini percentuali – quell’espressione si trova rispetto al totale delle parole/frasi contenute nei volumi consultati.

La Figura 1 riporta i risultati relativi all’espressione “sustainable development”.

Il valore strettamente numerico non è molto rilevante perché il confronto avviene con il totale di ciò che è stato pubblicato. La dinamica tuttavia è chiara: il concetto viene introdotto alla fine degli anni ’80, cresce esponenzialmente fino ai primi anni del 2000, per poi stabilizzarsi nell’ultimo decennio.

Parte dei concetti espressi dal termine “sviluppo sostenibile” sono stati ripresi da idee che si sono imposte di recente all’attenzione e al dibattito. Una di queste è quella di “economia circolare”, che acquista attenzione nel corso degli ultimi 10 anni, come può essere letto con chiarezza nella Figura 2.

Va rilevato tuttavia che – così come per la definizione di sviluppo sostenibile – si tratta di una costruzione brillante e allo stesso “politica”. Sfugge cioè a quel rigore formale delle teorie economiche propriamente dette. Il problema non sta nel decidere se un approccio sia migliore di un altro. Da molti punti di vista si tratta di costruzioni non comparabili.

Il termine di “economia circolare” nasce e si sviluppa seguendo diversi percorsi anche eterogenei tra loro. Volendo schematizzare, possiamo affermare che le idee dell’economia circolare nascono principalmente come ipotetica risposta all’attuale modello economico ritenuto essere unicamente un modello di produzione e consumo. Un modello quindi intrinsecamente insostenibile poiché basato su un modello di crescita continua a scapito delle risorse naturali. Non tanto diverso dal modello malthusiano di (supposta) inconciliabilità tra una crescita economica infinita che non può essere sostenuta dall’uso di risorse naturali finite.

Un altro chiaro esempio di modello a basso tasso di sostituibilità tra fattori della produzione, secondo la logica della definizione di “sviluppo sostenibile”.  Secondo questo approccio, l’adozione di modelli di produzione e chiusura del ciclo all’interno di un sistema economico dato (ovvero l’ “economia circolare”), favorirebbe l’efficienza dell’uso delle risorse, con particolare attenzione per l’ambiente urbano e i rifiuti industriali, per raggiungere un migliore equilibrio e armonia tra economia, ambiente e società. Le origini del pensiero sull’economia circolare vanno ricercate nell’economia ecologica, corrente di teoria economica incentrata su un forte legame tra equilibrio dell’ecosistema e benessere delle persone e spesso in contrasto con altre correnti di pensiero dell’economia. Gli approcci pratici differiscono da Paese a Paese. Tipicamente si tratta di strumenti per progettare top down l’ambiente e politiche di gestione dei rifiuti.  Nel dicembre del 2015 la Commissione Europea ha adottato un ambizioso pacchetto sull’economia circolare composto da un piano d’azione dell’UE con misure relative all’intero ciclo di vita dei prodotti: dalla progettazione, all’approvvigionamento, alla produzione e al consumo fino alla gestione dei rifiuti e al mercato delle materie prime secondarie.

L’obiettivo finale della promozione di “economia circolare” è il cosi detto decoupling, ovvero il disaccoppiamento fra la pressione sull’ambiente e la crescita economica. L’implementazione delle pratiche di “economia circolare” in tutto il mondo sembra ancora nelle fasi iniziali, ed è principalmente focalizzato sul riciclo piuttosto che sul riutilizzo, ma risultati importanti sono stati raggiunti in alcuni settori specifici  (ad esempio nella gestione dei rifiuti, dove si ottengono elevati tassi di riciclaggio dei rifiuti). L’economia circolare implica l’adozione di modelli di produzione più puliti, con un deciso aumento di responsabilità a livello aziendale e conseguente incremento di consapevolezza di produttori e consumatori sostenuti dall’uso di tecnologie e materiali rinnovabili.

Altro tema recentemente esplorato nel dibattito è quello della green economy (economia verde).

Non esiste una definizione comunemente accettata del termine. Possiamo tuttavia ricordare che, secondo la definizione della Commissione Europea,  la green economy è “un’economia che genera crescita, crea lavoro e sradica la povertà investendo e salvaguardando le risorse del capitale naturale da cui dipende la sopravvivenza del nostro pianeta”. L’OCSE utilizza il termine di green growth per indicare “una crescita economica che sappia ridurre l’inquinamento, le emissioni di gas serra e i rifiuti, preservando il patrimonio naturale e le sue risorse”. L’UNEP considera la green economy come “un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva, che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo allo stesso tempo i rischi ambientali”. A prima vista possono sembrare equivalenti ma sono in realtà molto diverse tra loro. Ed in particolare differiscono per l’adozione di criteri più o meno stringenti del concetto stesso di sostenibilità e di formazione del capitale antropico oltre che quello naturale. L’UNEP parla di “efficiente uso delle risorse”, l’OCSE intende invece “preservare il patrimonio naturale”. Mentre l’UNEP esprime con chiarezza la possibilità di un scambio tra patrimonio antropico e quello naturale, l’OECD sembra escluderlo. Detto questo è anche impossibile definire con chiarezza cosa significhi “efficiente” secondo la versione UNEP: dal punto di vista economico oppure secondo altre chiavi? Impossibile a dirsi. Data questa miriade di definizioni non conclusive, i risultati attesi di una politica green sono stati riportati in letteratura in modo molto differente2.

La lezione che deriva da esperienze di successo è che la transizione verso un’economia circolare (o un’economia verde) avviene attraverso il coinvolgimento di tutti attori della società e la loro capacità di collegare modelli di collaborazione e scambio adeguati. Le storie di successo sottolineano anche la necessità di un ritorno economico degli investimenti con l’obiettivo di fornire corretti incentivi alle buone pratiche. Il  quadro interdisciplinare su cui si fonda l’economia circolare offre buone prospettive di miglioramento graduale nel presentare modelli di produzione e consumo più adeguati alle esigenze contemporanee.

Sarebbe infine utile, proprio perché oltre le parole vi sia un significato, non accettare acriticamente le definizioni che emergono, ma continuare in un lavoro paziente e prezioso che dia un senso compiuto alle cose che diciamo.

 

 

 

1 Dettagli sulla metodologia possono essere trovate in https://en.wikipedia.org/wiki/Google_Ngram_Viewer, mentre per alcune semplici applicazioni vedi http://www.lavoce.info/archives/26737/parole-bit-parole/

2 Per una survey recente si consiglia:  The global green economy: a review of concepts, definitions, measurement methodologies and their interactions, Lucien Georgeson, Mark Maslin and Martyn Poessinouw. L’articolo è rintracciabile (open access) attraverso il link:  https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1002/geo2.36

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