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«L’innovazione sia alla portata di tutte le imprese, serve un cambio di passo»
 

In Italia ci sono difficoltà oggettive di dialogo tra il mondo della ricerca pubblica e il tessuto imprenditoriale rispetto ai fondi pubblici, alla spesa in R&S sul PIL e nel coordinamento tra le attività dei Ministeri dell’Istruzione Università e Ricerca e dello Sviluppo Economico. Ma l’innovazione è molto più diffusa nel sistema produttivo di quanto non si pensi.  Adesso l’obiettivo è di ampliare la platea delle aziende che investono in R&S, affiancandole e spingendo sui meccanismi di trasferimento tecnologico attraverso una collaborazione fattiva con Università ed Enti Pubblici di Ricerca. Occorre "fare squadra" affinché la ricerca e l’innovazione siano alla portata anche delle imprese più piccole

Presidente Sangalli, l’innovazione è sempre stata una delle sue priorità di azione che deve essere, per citare una sua recente affermazione, ‘’reale, diffusa e alla portata di tutti”.

In Italia ci sono difficoltà oggettive di dialogo tra il mondo della ricerca pubblica e il tessuto imprenditoriale. L’elevata frammentazione dimensionale delle nostre imprese è senza dubbio una delle principali cause. Le grandi realtà produttive (3.600 o poco più) rappresentano infatti solo circa il 21% degli addetti e il 32% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi; il resto è distribuito tra le migliaia e migliaia di micro, piccole e medie imprese.

Per questo dico spesso che l’innovazione deve essere alla portata di tutti. Essa è comunque molto più diffusa nel nostro sistema produttivo di quanto solitamente non si creda. Basta guardare ai dati delle nostre imprese operanti con l’estero. Quelle che operano abitualmente sui mercati stranieri sono aumentate nello scorso decennio almeno del 30%, anche grazie all’utilizzo di piattaforme del commercio elettronico. Così oggi sono oltre 40mila le imprese italiane che lavorano stabilmente oltreconfine.  Questo significa che quasi due di queste imprese su tre sono a tutti gli effetti piccole imprese.

Buona parte di queste realtà non compete solo con innovazioni radicali di prodotto e di processo, ma anche attraverso l’incorporazione di nuove tecnologie – i macchinari più avanzati – e l’accrescimento della qualità dei prodotti attraverso la revisione della catena dei fornitori e attraverso la diversificazione della propria offerta, riqualificandone l’immagine. Processi di innovazione riguardano anche settori più tradizionali solitamente considerati poco “innovativi” come per esempio: l’agricoltura, il terziario, l’artigianato.

 

Quali politiche si sono rivelate più efficaci in questa direzione e che cosa servirebbe ancora?

La pressione competitiva derivante dall’apertura dei mercati, ad iniziare da quello interno europeo, e lo sviluppo tecnologico, in particolare quello digitale, hanno imposto un deciso cambio di passo alle imprese di ogni dimensione e comparto economico rispetto al tema dell’innovazione. Al riguardo, giudichiamo favorevolmente il cambiamento non solo terminologico, ma anche di sostanza, della denominazione del Piano Nazionale da “Industria 4.0” a “Impresa 4.0” o la previsione, contenuta nell’art. 1, comma 228, della legge di bilancio 2019 che prevede contributi a fondo perduto alle Piccole e Medie Imprese (PMI) per l’utilizzo di servizi professionali qualificati (c.d. “manager dell’innovazione”) nella difficile fase della trasformazione digitale e nell’ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi dell'impresa, compreso l'accesso ai mercati finanziari e dei capitali. Si tratta di una forma di incentivo trasversale, aperta a tutti i settori che interessa oltretutto non solo l’innovazione tecnologica.

 

Un punto cruciale nei processi innovativi è l'accesso a risorse finanziarie adeguate, specie in Italia dove il mercato dei capitali privati sembra stentare ad affermarsi e il finanziamento della ricerca è minore che in altre realtà: infatti, sommando ricerca pubblica e privata, il nostro Paese arriva all’1,3% del Pil a fronte dell’obiettivo europeo del 3%. In che modo e con quali strumenti si può migliorare e coinvolgere gli attori privati nel finanziamento di aziende innovative?

Le difficoltà riguardano anche la carenza dei fondi pubblici per la ricerca, il coordinamento tra le attività dei Ministeri dell’Istruzione Università e quelle dello Sviluppo Economico e la spesa della R&S sul PIL. Il credito d’imposta per la R&S costituisce, assieme al complesso delle risorse messe in campo dallo Stato e dalle Regioni, una misura di sostegno estremamente positiva che però non riesce a incidere sostanzialmente sul ritardo che abbiamo rispetto agli altri paesi. Il problema è quello di ampliare la platea delle imprese che adottano strategie di investimento in R&S&I.  E per farlo è necessario spingere sui meccanismi di trasferimento tecnologico affiancando le imprese, PMI incluse. CNR, ENEA e sistema universitario stanno spingendo in questa direzione in una logica di tipo bottom–up e ciò costituisce un’importante premessa atta sostenere gli investimenti delle imprese in ricerca e innovazione. L’iniziativa KEP (Knowledge Exchange Program) dell’ENEA si colloca in tale ambito e sta dando significativi risultati in termini di sviluppo delle collaborazioni tra ricerca pubblica e imprese, a conferma che questa è la strada giusta da seguire.

 

Il lato finanziario, peraltro, continua, ad essere carente ed orientato principalmente all’equity più che ai finanziamenti.

È così. In proposito giocano sfavorevolmente la situazione complessiva del sistema bancario, la crisi di quello dei confidi ed anche le stesse regole di Basilea, per non far cenno alla difficoltà di valutare, nell’ambito dei sistemi di rating, gli investimenti delle imprese in asset immateriali. Come Camere di commercio abbiamo già attivi alcuni strumenti di supporto e stiamo ragionando su nuove iniziative in materia.

 

Quali misure e strumenti sarebbero utili per incentivare la collaborazione tra aziende innovative ed Enti Pubblici di Ricerca, alla luce dell’esperienza di Unioncamere?

Non a caso citavo prima ENEA, CNR e Università, oltre a organizzazioni come AIRI e COTEC. Sono quelle con cui Unioncamere nello scorso quinquennio ha avviato una collaborazione fattiva per promuovere un confronto con le aziende innovative anche medio–piccole, su diversi fronti per: valorizzare il patrimonio dei brevetti pubblici e favorire il dialogo dei dipartimenti di ricerca con i sistemi produttive e innovativi locali; sostenere il Co–Location South Europe della KIC EIT Raw Materials presso l’ENEA e rafforzare le reti dedicate all’economia circolare con un riferimento particolare alla gestione dei RAEE a fine vita; sviluppare progetti più mirati sulle biotecnologie per l’agroalimentare, la farmaceutica e l’ambiente, sempre insieme a CNR, ENEA, Assobiotec – Federchimica e altre associazioni delle imprese. È da salutare con favore anche la recente iniziativa del Ministro Bussetti, alla quale partecipiamo, di creazione di momenti di incontro tra Enti Pubblici di Ricerca e imprese in tema di valorizzazione dei brevetti pubblici.

 

Le PMI possono dare un contributo decisivo rispetto alla capacità innovativa del sistema paese. Quale ruolo svolgono attualmente e possono svolgere in futuro le associazioni per accompagnare e sostenere la fase di crescita di quelle maggiormente innovative?

La sfida sta nella effettiva capacità di fare squadra per portare la ricerca e l’innovazione anche alla portata delle imprese più piccole. A titolo di esempio, evidenzio nuovamente il Piano Nazionale Impresa 4.0 e la connessa creazione del cosiddetto “Network Nazionale 4.0” che esalta il gioco di squadra tra Camere di commercio (progetto PID - Punto Impresa Digitale), associazioni (DIH-Digital Innovation Hub e Ecosistemi digitali dell’innovazione), Università e sistema della ricerca attraverso i Competence Center, di cui assistiamo all’avvio in questi giorni. In questo contesto, il progetto PID, lanciato a luglio 2017 con l’obiettivo di diffondere al maggior numero di imprese possibile le conoscenze di base sulle tecnologie 4.0 e sostenerne l’adozione attraverso un supporto finanziario, mostra a fine 2018 risultati di grande rilievo: oltre 20.000 imprese hanno partecipato a momenti a carattere informativo e formativo; 8.000 imprese – un numero in costante crescita –, hanno utilizzato il servizio di self-assessment del grado di maturità digitale (sostanzialmente una gap-analysis)  basato su uno schema predisposto da Unioncamere assieme a diverse Università italiane; circa 29 milioni di euro (il 96% del plafond previso per il periodo) sono stati assegnati alle PMI per la digitalizzazione 4.0 attraverso i voucher.

 

Quando si concluderà il progetto?

A fine 2019 e contiamo di incrementare notevolmente il numero di imprese coinvolte, oltre ad esaurire tutte le restanti risorse finanziarie destinate ai voucher. Al riguardo è stato previsto un apposito bando. Il progetto dei PID ha richiesto anche alle Camere di commercio di sviluppare un notevole sforzo di innovazione tecnico-organizzativa, abbiamo formato sulle tecnologie 4.0 oltre 600 funzionari camerali; adottato nuovi strumenti digitali di relazione con le imprese e di analisi per indirizzare gli interventi; attivato collaborazioni con associazioni, università, centri di ricerca ed esperti; messo in campo una struttura di giovani digital promoter e di mentor del digitale. Perché l’innovazione deve riguardare sia le imprese sia le modalità con le quali i soggetti pubblici e quelli associativi collaborano tra loro e si rapportano con esse.

 

Un recente studio Unioncamere evidenzia che le startup innovative hanno una propensione all’investimento sei volte superiore alle altre società di nuova costituzione. In che misura l’innovazione è strategica per la competitività delle imprese e quali sono le tipologie di innovazione più rilevanti?

I Rapporti del Ministero dello Sviluppo Economico, basati sui dati di Infocamere, sulla crescita e le caratteristiche delle startup innovative evidenziano l’efficacia della policy dedicata, come confermano anche le ricerche della Banca d’Italia e dell’OCSE.  Ne siamo lieti, anche perché Unioncamere e le Camere di commercio hanno svolto un ruolo importante nei primi due-tre anni per la diffusione di questa policy sul territorio. Auspichiamo di riavviare il discorso sulla capacità di crescere delle startup e PMI innovative, rafforzando la tutela della loro proprietà industriale, l’accesso al capitale di rischio, ma anche – come detto – il ricorso al credito.

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