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L’Italia nel contesto europeo: l’European Innovation Scoreboard

L’Italia nel contesto europeo: l’European Innovation Scoreboard

di Fulvio Esposito, Professore emerito di Parassitologia - Rappresentante italiano nel Comitato per lo Spazio Europeo della Ricerca (ERAC) e nel Comitato per le Politiche della Scienza e delle Tecnologie (CSTP) dell’OCSE

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Dall’ultimo report europeo sull’innovazione (European Innovation Scoreboard 2018) per l’Italia emergono dati sconfortanti. Eppure nel nostro Paese non mancano i talenti per la ricerca e per l’innovazione, ma il sistema è sotto-finanziato e non è in grado di valorizzarli e di avere sull’economia e sull’occupazione l’effetto moltiplicatore che si osserva altrove.  La via di uscita è investire in buona ricerca e, soprattutto, in ricercatori, il cui numero andrebbe, come minimo, raddoppiato, per raggiungere i Paesi con cui riteniamo di poter competere. Occorre ‘solo’ avere il coraggio di imboccare questa strada ed imboccarla subito

Valutazione è diventata, anche se non da moltissimo tempo, una categoria centrale anche per i settori dell’alta formazione e della ricerca. In realtà, forme di valutazione sono sempre esistite anche in questi ambiti, ma si trattava perlopiù di valutazioni basate sul prestigio nell’ambito di più o meno ristrette comunità di pari (peers). La strutturazione di procedure di valutazione trasversali, che prevedono componenti quantitative, aritmetiche e, dunque, richiedono dosi più o meno consistenti di adempimenti burocratici, ha suscitato reazioni alquanto veementi (soprattutto quelle contrarie) nelle comunità interessate. Più recente è l’introduzione di griglie di indicatori volte a valutare la performance nell’innovazione da parte di entità sovranazionali (es. EU o eurozona), nazionali e regionali.

Organizzazioni come l’OCSE hanno aperto la strada con lo “OECD Science, Technology and Innovation Outlook” e ben presto anche l’Unione Europea si è adeguata. Oggi, l’European Innovation Scoreboard (EIS) è certamente un riferimento importante per i Paesi membri dell’Unione e non solo, vista la presenza di elementi comparativi con Paesi che non ne fanno parte.

L’EIS 20181, come il suo predecessore,  si articola su quattro macro-dimensioni: 1) Condizioni di contesto, che raggruppano indicatori riferiti alle Risorse umane (es. nuovi dottori di ricerca), all’attrattività del sistema-ricerca (es. dottorandi stranieri), all’ambiente favorevole all’innovazione (es. diffusione della banda larga); 2) Investimenti, con indicatori che riguardano il sostegno finanziario (es. spesa in R&I nel settore pubblico) e l’investimento privato (es. spesa in R&I del settore privato); 3) Attività d’innovazione, con indicatori relativi agli innovatori (es. PMI con innovazioni di processo o di prodotto), alle reti collaborative (es. co-pubblicazioni pubblico-privato), agli asset intellettuali (es. richieste di brevetto di prodotti, di marchi o di design); 4) Impatti, i cui indicatori si riferiscono all’impatto sull’occupazione (es. occupazione in settori ad alta intensità di conoscenza) e all’impatto sulle vendite (es. esportazione di servizi ad alta intensità di conoscenza).

In totale, la griglia dell’EIS 2018 comprende 27 indicatori e, come si può notare da quelli che ho riportato a titolo di esempio nel precedente paragrafo, il legame tra la performance nelle variabili sottese a questi indicatori e l’efficacia/efficienza dei settori dell’alta formazione e della ricerca è assai stretto. Questo spiega il mio cenno iniziale alla valutazione in quei settori: in fondo, l’EIS può essere letto, in certa misura e con tutti i caveat del caso, anche come un ‘proxy’ della qualità della ricerca e dell’alta formazione, purché si consideri sempre, al denominatore, la dimensione dell’investimento (pubblico e privato) in questi ambiti. Cosa voglio dire? La performance in un certo indicatore potrebbe anche essere modesta in termini assoluti, ma se quella performance viene ottenuta con un investimento di entità ridotta, la responsabilità della performance insoddisfacente non può certo essere attribuita agli ‘attori’ del settore, nel caso di specie ai ricercatori (intelligenti pauca).

 

Dall’European Innovation Scoreboard 2018 per l’Italia emergono dati non confortanti

Veniamo dunque all’Italia nell’EIS 2018. Inutile nascondere che i dati non sono confortanti. Nel quadro d’insieme, realizzato mediando l’insieme dei 27 indicatori, il nostro Paese si colloca a metà del terzo gruppo di merito, quello dei cosiddetti ‘Innovatori moderati’ (termine vagamente eufemistico), con un valore dell’indicatore complessivo (summary innovation index) di 0,37, nettamente inferiore alla media europea EU28, che è di 0,50.

Davanti stanno i due gruppi dei ‘Leader dell’innovazione’, guidato dalla Svezia e comprendente anche Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito e Lussemburgo, e dei ‘Forti innovatori’, con Germania, Belgio, Irlanda, Austria, Francia e Slovenia.

Nel folto gruppo che ci accompagna, oltre a Spagna e Portogallo, ci sono tutti gli altri Paesi dell’UE ad eccezione di Bulgaria e Romania, rimaste nell’ultimo gruppo, quello dei ‘Modesti innovatori’.

Purtroppo, per la maggior parte dei 27 indicatori specifici, l’Italia si colloca ben al di sotto della media della UE28. Fanno eccezione un paio d’indicatori relativi alle PMI (PMI con innovazioni di processo/prodotto, PMI che fanno innovazione in house) ed altri due legati alla creatività (richieste di brevetto di marchi e richieste di brevetto di design).

Inoltre, anche il trend non è entusiasmante mostrando un modestissimo incremento del summary innovation index che rimane sostanzialmente invariato dal 2010 (0,36) al 2017 (0,37), ma comprende al suo interno andamenti negativi in indicatori come il numero di dottorandi, l’investimento pubblico in ricerca, l’innovazione in house delle PMI, la commercializzazione dei risultati dell’innovazione. Il risultato inevitabile è che diversi Paesi che ci seguivano (mi limito a citare Slovenia, Repubblica Cèca, Estonia) adesso ci precedono.

Riconoscere le cause della debolezza della performance del sistema-Italia nel quadro europeo dell’innovazione è il primo passo per avviare il problema a soluzione.

Nonostante per anni si sia coltivata l’illusione che fosse possibile l’innovazione senza ricerca, molteplici evidenze dimostrano il contrario: lo studio delle relazioni fra gli indicatori di EIS 2018 mostra che i sistemi-paese che investono di più in ricerca (Svezia, Danimarca, Finlandia, Olanda, Germania) sono gli stessi che guidano la classifica dell’innovazione. Si tratta degli stessi Paesi nei quali la proporzione di ricercatori nella popolazione attiva è più alta: Svezia, Danimarca e Finlandia hanno ben 14 ricercatori per 1000 occupati, Austria, Olanda e Germania tra 9 e 10; l’Italia, con appena 5 ricercatori per 1000 occupati, precede soltanto Lettonia, Lituania, Bulgaria e Romania.

Nel nostro paese non mancano di certo i talenti per la ricerca e per l’innovazione, ma un sistema sotto-finanziato non è in grado di valorizzarli e di avere quell’effetto moltiplicatore sull’economia e sull’occupazione che si osserva altrove.

Investire in buona ricerca (lasciando perdere l’obsoleta distinzione fra ricerca ‘di base’ ed ‘applicata’) e, soprattutto in ricercatori il cui numero andrebbe, come minimo, raddoppiato per ottenere una densità prossima a quella dei Paesi con cui riteniamo di poter competere, è la via d’uscita. Occorre ‘solo’ avere il coraggio d’imboccarla ed imboccarla subito.

 

 

1    Tutti i dettagli di EIS 2018 si trovano qui:  https://ec.europa.eu/growth/industry/innovation/facts-figures/scoreboards_en

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