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Papa Francesco e il nostro impegno per trasformare l’economia di mercato
 

La sfida che con la straordinaria iniziativa di Assisi papa Francesco lancia a studiosi, imprenditori e policy-makers è di adoperarsi con coraggio per trovare i modi – che certamente esistono – per andare oltre, trasformando dall’interno, l’attuale modello di economia di mercato. Il fine da perseguire è chiedere al mercato non solo di produrre ricchezza e di assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, che tenda a tenere in armonia le tre dimensioni dell’uomo: quella materiale, quella socio-relazionale e quella spirituale

Stefano Zamagni

di Stefano Zamagni, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze

"Oikonomiké", termine coniato da Aristotele, non è un sostantivo nella lingua greca, ma un aggettivo. La traduzione corretta, pertanto, non è “economia”, ma “economico”. Nella filosofia aristotelica, i sostantivi esprimono entità o essenti, cioè sostanze; gli aggettivi invece esprimono accidenti, qualcosa cioè che esiste solo in altro, in qualcosa. Che tipo di accidente è, per la cultura greca, l’economico e quale è la natura di ciò cui inerisce? La polis, intesa quale luogo dove si realizza la fioritura umana, l’enudaimonia, appunto! L’azione economica trova dunque il suo fondamento ontologico nella ricerca della pubblica felicità. Questa sistematizzazione concettuale resta basicamente inalterata, sia pure con una pluralità di varianti, fino al secolo XVII, quando, con l’avvento del pensiero economico mercantilista, inizia a prendere piede, con Antoyne de Montchretien (1615) l’espressione “economia politica”. Da aggettivo, l’ “oikonomiké” diventa sostantivo! È così che nasce la nuova disciplina dell’economia come “scienza dell’acquisizione”. Prima di allora, fino alla seconda Scolastica (la scuola di Salamanca) le tematiche economiche non sono trattate come materia a sé, ma solo in quanto sollevano interrogativi di natura filosofica o teologica.

La successiva scuola di pensiero classica, quale si sviluppa a partire dalla Gran Bretagna tra seconda metà del Settecento e primi decenni dell’Ottocento spinge ancora più in avanti la nuova sistemazione concettuale, coniando l’espressione “political economy”, cioè “economia politica”. L’originario cordone ombelicale con la filosofia non viene però reciso, stante che lo scozzese Adam Smith – il “padre dell’economia politica” – aveva la cattedra di filosofia morale e pure gli altri autorevoli componenti della scuola ne sapevano di filosofia – basti pensare a J.S. Mill. Quando si arriva al 1829, si registra una clamorosa, e per certi versi inaspettata, inversione di tendenza. Nell’occasione della lezione inaugurale dell’anno accademico, il cattedratico di economia di Oxford e vescovo della Chiesa Anglicana, Richard Whateley pronuncia un discorso rimasto celebre nel corso del quale enuncia (e difende) il principio del NOMA (Non – overlapping Magisteria) – come in seguito sarebbe stato chiamato. Secondo tale principio, se l’economia vuole ambire ad acquisire lo statuto di disciplina scientifica (positivisticamente intesa) deve recidere ogni collegamento con la sfera dell’etica e con quella della politica. Donde la celebre divisione di ruoli: l’etica è il regno dei valori; la politica, il regno dei fini, l’economia, il regno dei mezzi. Se dunque all’economista si chiede di ricercare i mezzi più efficienti ed efficaci per conseguire i fini, eticamente ammissibili, dettati dalla politica, che bisogno c’è che questi si occupi di intrattenere rapporti di buon vicinato con le altre due discipline?

Nonostante alcune voci dissonanti – notevole tra i contemporanei quella di A. Sen e di non molti altri ancora – l’idea secondo cui la disciplina debba considerarsi separata – beninteso, non già autonoma il che sarebbe ovvio – dall’etica è rimasta una costante del modo di fare ricerca economica. Si è così passati dal privilegiare il rapporto con la ragion teoretica – la filosofia, appunto – all’alleanza dell’economia con la ragion tecnica. Con il che il pensiero pensante ha ceduto il passo al pensiero calcolante. Eppure, la storia e la filosofia della scienza del XX secolo hanno mostrato, ad abundantiam, che tutte le scienze, anche quelle più “esatte”, presentano un ineludibile contenuto ideologico e una intrinseca dimensione filosofica.

La tecnica non ha molto da offrire al discorso economico

Le conseguenze di questo autoimposto riduzionismo non hanno tardato a manifestarsi. Il discorso economico ha certamente accresciuto, e di tanto, il suo apparato tecnico-analitico, ma esso non pare in grado di fare presa sulla realtà. Si pensi a problemi cruciali quali l’aumento endemico delle disuguaglianze sociali; lo scandalo della fame nell’epoca dell’abbondanza; l’irrompere dei conflitti identitari; la sostenibilità della biosfera; i paradossi della felicità. E altri ancora. Vano (e anche irresponsabile) sarebbe pensare di riuscire a risolvere problemi del genere ancorandosi alla tecnica, che tuttavia rimane necessaria. La ragione è che nell’attuale passaggio d’epoca, la tecnica non ha molto da offrire al discorso economico, perché essa è bensì capace di suggerire risposte, ma non di porre le domande appropriate, prima fra tutte, la domanda sull’uomo. La via della separazione imboccata dalla scienza economica ha finito così col disarmare il pensiero critico, con le conseguenze che ora sono sotto gli occhi di tutti. Aver creduto che il rigore scientifico postulasse l’asetticità e che una ricerca per essere giudicata scientifica dovesse liberarsi da ogni riferimento di valore ha finito col far accettare l’individualismo libertario come un assunto pre-analitico che, in quanto tale, non abbisognerebbe di giustificazione alcuna. Mentre sappiamo che è esso stesso un giudizio di valore e pure pesante. Affermare che il bene è ciò che l’individuo giudica tale è il più forte dei giudizi di valore; eppure non si ritiene di doverlo sottoporre al vaglio della ragion teoretica.

Da qualche tempo, però, si va registrando un interesse crescente degli economisti nei confronti del problema riguardante il presupposto antropologico del discorso economico, un discorso che risulta tuttora dominato, per un verso, da una concezione alquanto limitata sia del benessere personale sia del bene della civitas, e, per l’altro verso, dalla incapacità di riconoscere a livello della teoria il fatto che nell’uomo vi sono sentimenti morali – ovvero disposizioni che vanno ben oltre la ricerca dell’interesse personale. Questa sorta di risveglio trae origine da un duplice insieme di fattori. Da un lato, la presa d’atto che una comprensione non illusoria dell’odierna realtà economica esige il superamento del carattere riduzionista di gran parte della scienza economica contemporanea. La quale, proprio perché costruita su una visione distorta dell’azione umana e del sistema motivazionale che ne è alla base, non è in grado di fare presa sui nuovi problemi che intrigano le nostre società.

Dall’altro lato, v’è la consapevolezza del fatto che il riduzionismo di cui sta soffrendo la ricerca in economia rappresenta il principale ostacolo all’ingresso nella disciplina di nuove idee e di nuovi approcci. Esso, infatti, costituisce una pericolosa forma di protezionismo nei confronti non solo della critica che sale dai fatti, ma anche di tutto ciò che di innovativo proviene dalle altre scienze sociali. La tendenza in atto è assimilabile a una sorta di migrazione intellettuale. E come gran parte delle migrazioni, questa ha radici in fattori sia di spinta che di traino; vale a dire ha radici nella insoddisfazione nei confronti del modo dominante di fare teoria economica e nella speranza che un orizzonte più vasto possa rendere la disciplina all’altezza delle sfide in atto.

La sfida di Assisi

La sfida che, con la straordinaria iniziativa di Assisi, papa Francesco lancia a studiosi, imprenditori e policy-makers è quella di adoperarsi con coraggio per trovare i modi – che certamente esistono – per andare oltre, trasformandolo dall’interno, il modello di economia di mercato che si è venuto a consolidare durante l’attuale passaggio d’epoca. Il fine da perseguire è quello di chiedere al mercato non solamente di essere in grado di produrre ricchezza, e di assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, di uno sviluppo cioè che tenda a tenere in armonia le tre dimensioni dell’uomo: quella materiale, quella socio-relazionale e quella spirituale. Il mercato “incivile” mentre assicura un avanzamento sul fronte della prima dimensione, quella della crescita – e il papa esplicitamente lo riconosce – non migliora certo le cose rispetto alle altre due dimensioni. Si pensi all’aumento preoccupante dei costi sociali della crescita. Sull’altare dell’efficienza, eretta a nuovo mito della seconda modernità, si sono sacrificati valori non negoziabili come la democrazia (sostantiva), la giustizia distributiva, la libertà positiva, la sostenibilità ecologica e altri ancora. Si badi a non confondere le idee: il mercato “incivile” è certamente compatibile con la giustizia commutativa e con la libertà negativa (la libertà di agire), ma non con la giustizia distributiva né con la libertà positiva (la libertà di conseguire). Del pari, mentre il mercato “incivile” può “andare a braccetto” – come in realtà è accaduto – con assetti politici di tipo dittatoriale, non così il mercato civile.

Insistendo su una tale linea di pensiero, papa Francesco non nega affatto che vi sono valori con cui anche il mercato “incivile” deve fare i conti. Si pensi a valori quali onestà, lealtà, fiducia, integrità. Si ammette bensì che si tratta di presupposti necessari senza i quali il mercato non potrebbe funzionare al meglio: senza fiducia reciproca, ad esempio, tra gli agenti economici mai potrà essere conseguita l’efficienza. E così via. Ma si tratta appunto di presupposti che già devono essere presenti nella società perché il mercato possa iniziare ad operare; in ogni caso, non sarebbe compito del mercato provvedere alla loro rigenerazione: stato e società civile dovrebbero occuparsene. Non è difficile svelare l’ingenuità di una simile linea argomentativa. I risultati che scaturiscono dal processo economico, infatti, potrebbero finire con l’erodere quello zoccolo di valori su cui il mercato stesso si regge. Ad esempio, se gli esiti di mercato non soddisfano un qualche criterio di giustizia distributiva si può forse ritenere che lo stock di fiducia e di onestà resti immutato nel corso del tempo? Come si può pensare che gli agenti economici possano fidarsi l’un l’altro e mantenere gli impegni contrattualmente presi se costoro sanno che il risultato finale del gioco economico è manifestamente iniquo? Allo stesso modo, si può ritenere che rimedi del tipo stato compassionevole o filantropia privata possano “compensare” la perdita di autostima e l’offesa alla dignità personale di coloro che vengono espulsi dal processo produttivo perché giudicati poco efficienti?

All’evento di Assisi ci sarà una ricercatrice ENEA

Francesca CerutiSi chiama Francesca Ceruti, è ricercatrice all’ENEA, ed è una dei mille giovani economisti under 35 anni che dal 26 al 28 marzo prossimi saranno ad Assisi per partecipare a “The Economy of Francesco”, l’evento a livello mondiale voluto dal Papa per affrontare la sfida della transizione verso un’economia sostenibile, diversa, “che si prenda cura del Creato e non lo depredi”.
Laureata all'Università di Milano-Bicocca in Scienze dell'Economia, da febbraio è nel Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali, dove coordina i Gruppi di lavoro sui rifiuti da costruzione e demolizione di ICESP – Italian Circular Economy Stakeholder Platform – e sul Mercato della Piattaforma Italiana del Fosforo. Responsabile scientifica del progetto ATELIER per la formazione e lo sviLuppo dell’Imprenditoria sull’Economia circolare, si occupa inoltre dell’Osservatorio Materie Prime del Ministero Sviluppo Economico. Quando ha saputo di essere stata selezionata su oltre 4mila candidati, ha chiamato i colleghi che l'hanno aiutata “perché il nostro è stato un bellissimo gioco di squadra”.

L’economia di mercato genera diseguaglianze di risultati

Da sempre la dottrina sociale della Chiesa insiste sul punto di principio che quello del mercato non è un meccanismo eticamente neutrale, i cui esiti, se giudicati inaccettabili secondo un qualche standard di giustizia distributiva, possono sempre essere corretti post-factum dallo Stato (o da altra agenzia pubblica). Si badi che è proprio questa posizione – che si richiama alla distinzione milliana tra “leggi di produzione” e “leggi della distribuzione” della ricchezza – ad aver legittimato il ben noto modello dicotomico di ordine sociale, in forza del quale lo Stato è identificato con il luogo della solidarietà e il mercato con il luogo del privatismo il cui unico fine è quello della massima efficienza. Che un tale modello non sia più sostenibile è cosa a tutti nota. L’attuale economia di mercato postula bensì l’eguaglianza ex-ante tra coloro che intendono prendervi parte, ma genera ex-post diseguaglianze di risultati. E quando l’eguaglianza nell’essere diverge troppo dall’eguaglianza nell’avere, è la ragion stessa del mercato ad essere messa in dubbio. È in questo preciso senso che va interpretato il monito di papa Francesco: se si vuole “salvare” l’ordine di mercato occorre che questo torni ad essere un’istituzione economica tendenzialmente inclusiva. È la prosperità inclusiva la meta cui guardare. Perché è così importante insistere oggi sull’inclusività? Perché, per paradossale che ciò possa apparire, le aree dell’esclusione sono in preoccupante aumento nelle nostre società.

Il merito della cultura europea

È merito grande della cultura europea quello di aver saputo declinare, in termini sia istituzionali sia economici, il principio di fraternità facendolo diventare un asse portante dell’ordine sociale. È stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che essa ha conservato nel corso del tempo. Ci sono pagine della Regola di Francesco che aiutano bene a comprendere il senso proprio del principio di fraternità. Che è quello di costituire, ad un tempo, il complemento e il superamento del principio di solidarietà. Infatti, mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente ai già eguali di esser diversi – si badi, non differenti. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’800 e soprattutto il ‘900, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è vero.

Non solo, ma dove non c’è gratuità non può esserci speranza. La gratuità, infatti, non è una virtù etica, come lo è la giustizia. Essa riguarda la dimensione sovraetica dell’agire umano; la sua logica è quella della sovrabbondanza. La logica della giustizia, invece, è quella dell’equivalenza, come già Aristotele insegnava. Capiamo allora perché la speranza non possa ancorarsi alla giustizia. In una società, solo perfettamente giusta non vi sarebbe spazio per la speranza. Cosa potrebbero mai sperare i suoi cittadini? Non così in una società dove il principio di fraternità fosse riuscito a mettere radici profonde, proprio perché la speranza si nutre di sovrabbondanza.

Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile di quel trade-off. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui la seconda grande trasformazione di tipo polanyiano sta mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione.

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