Inscatolamento

Gestire le eccedenze al servizio del sociale, l’esperienza del Banco Alimentare

di Giovanni Bruno

DOI 10.12910/EAI2020-011

Mandare al macero eccedenze alimentari significa aver utilizzato inutilmente risorse e influito pesantemente sull’ambiente, ma significa anche generare ulteriore spreco e produrre nuovo e ancor peggior inquinamento con il loro smaltimento. È del tutto evidente il contributo e il beneficio ambientale, oltre che sociale ed economico dell’attività del Banco Alimentare, una vera e propria infrastruttura logistica al servizio del sociale con una capillarità e un’efficacia diffusa sul territorio nazionale tale da rappresentare un unicum nella lotta allo spreco di cibo nel nostro Paese

Giovanni Bruno
Giovanni BrunoPresidente del Banco Alimentare

Quando nel 1989 alcuni giovani diedero vita alla primissima esperienza in Italia di Banco Alimentare non potevano immaginare lo sviluppo che l’iniziativa avrebbe avuto e ancor meno comprendere la “profezia” in essa contenuta. L’opera fu subito sostenuta da due personaggi significativi: uno, Danilo Fossati, Patron della Star, importante azienda alimentare, rappresentante di spicco di quell’imprenditoria lombarda di peso internazionale formatasi all’interno dell’humus culturale che affondava le sue origini nella tradizione cattolica, radicata in particolare nella Brianza di allora. L’altro, Monsignor Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, genio educativo che nella sua vita ha saputo coinvolgere migliaia di giovani influendo profondamente nella loro crescita e formazione.

Era qualcosa che nasceva dal basso, che dava corpo da subito a quell’idea di sussidiarietà troppo spesso travisata e forse troppo poco praticata. Ma perché “profezia”? All’epoca, e per diverso tempo ancora, sarebbero stati praticamente assenti dal dibattito pubblico e dal linguaggio comune parole come “sostenibilità”, “lotta allo spreco”, “recupero”, “economia circolare” ecc.
Fortunatamente ora è diventato patrimonio dei più, a testimonianza di una rinnovata impostazione culturale che non può più prescindere da tutto ciò che attiene uno sviluppo sostenibile: sostenibilità ambientale, sociale, economica.

Un altro fondamentale fattore caratterizzò da subito l’azione: le eccedenze, in qualche misura “fisiologiche” nella filiera agroalimentare e che Fossati stesso vedeva trasformarsi in “scarto, rifiuto”, una volta recuperate da Banco Alimentare non venivano donate direttamente a chi era nel bisogno, ma alla rete di strutture assistenziali di cui è intessuto il nostro Paese e che in tanti modi diversi sostengono persone in difficoltà. Questa impostazione ha favorito il generarsi di una trama di relazioni, rapporti e ha reso Banco Alimentare volano di una accresciuta sensibilità all’integralità del fenomeno, riuscendo a coinvolgere e a far convergere nell’azione di recupero il mondo profit, non profit e le istituzioni.

Oggi, dopo più di 30 anni, la Rete Banco Alimentare è una realtà costituita da Fondazione Banco Alimentare Onlus e da 21 Banchi radicati sul territorio nazionale e serve oltre 7.500 strutture caritative accreditate che aiutano circa 1 milione e mezzo di persone in difficoltà. È inoltre uno dei 29 membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari (FEBA) con sede a Bruxelles, con un rappresentante nel board della stessa.

Banco Alimentare & Economia Circolare

L’attività quotidiana di Banco Alimentare, non di meno, è utile alla filiera agroalimentare e alla società tutta e ci rende protagonisti di quel realizzarsi di economia circolare di cui molto si dibatte ora in tanti contesti.

Se la prima caratteristica del concetto di economia circolare è ridare valore a ciò che sembrerebbe averlo perso, che non serve più ed è destinato al macero, allora il Banco Alimentare da oltre 30 anni è artefice di economia circolare con la sua attività che consiste proprio nell’impedire che le eccedenze diventino spreco. Il beneficio è non solo relativo ai prodotti recuperati e ridistribuiti: è ormai noto quanto consumo di suolo, di acqua, di energia, quanta produzione di CO2 e di gas nocivi per l’ambiente viene normalmente prodotta durante tutti i passaggi, dalla produzione all’utente finale.

Il mandare al macero eccedenze alimentari significa non solo avere utilizzato inutilmente risorse e influito pesantemente sull’ambiente, ma anche generare ulteriore spreco e produrre nuovo e ancor peggior inquinamento con il loro smaltimento.

È del tutto evidente il contributo e il beneficio ambientale, oltre che sociale ed economico generato dall’attività ordinaria di Banco Alimentare.

Come avviene questa quotidiana attività che coinvolge il lavoro di circa 120 dipendenti e soprattutto quello di oltre 1.800 volontari?

Banco Alimentare stipula accordi per il recupero delle eccedenze alimentari con industrie, organizzazioni dei produttori, con la grande distribuzione, il mondo della ristorazione ecc. Abbiamo 38 magazzini, 22 principali e gli altri secondari o di transito in tutta Italia, nei quali quanto recuperato viene stoccato, suddiviso per referenze e data di scadenza. Le strutture caritative, precedentemente accreditate secondo precisi parametri e requisiti anche di tipo tecnico (per esempio l’idoneità dei locali allo stoccaggio del cibo prima della consegna ai singoli destinatari) ritirano, secondo un calendario prestabilito, quanto di loro pertinenza, tenendo conto del numero e delle caratteristiche delle persone aiutate.

Il recupero complessivo lo scorso anno (i dati sono ancora provvisori) si è attestato attorno alle 40mila tonnellate di cibo. Al recuperato vanno sommate circa 10mila tonnellate di cibo donato durante l’annuale Giornata Nazionale della Colletta Alimentare che vede coinvolti circa 12mila supermercati e 140mila volontari, e le tante collette aziendali e nelle scuole.

Informazione e diffusione delle buone prassi

La rete così diffusa del Banco Alimentare può essere vista anche come una vera e propria infrastruttura logistica al servizio del sociale. La sua capillarità ed efficacia su tutto il territorio nazionale rappresenta forse un unicum nell’ambito della lotta allo spreco alimentare in Italia ed è testimonianza evidente dello sforzo dell’organizzazione per garantire ai suoi partner, da un lato le aziende, dall’altro le strutture caritative, una corretta e tempestiva gestione del cibo, requisito fondamentale nell’ambito della distribuzione di prodotti alimentari.

Tutto questo necessita di una costante e sempre più difficile opera di fund raising che siamo quotidianamente impegnati a sviluppare col supporto di enti, istituzioni e la generosità di singoli privati, facendo di Banco Alimentare una grande realtà di educazione al dono e alla dimensione della gratuità.
L’accresciuta sensibilità, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che prevedono un dimezzamento degli sprechi alimentari entro il 2030 nonché il lavoro svolto in tutti questi anni di attività ha portato anche ad un maggior coinvolgimento delle istituzioni.

Nel 2016 è stata varata la legge 166, che ha inteso promuovere la donazione di eccedenze di cibo a fini sociali e ha facilitato il recupero da alcuni canali. Per esempio, è stato possibile recuperare cibo cotto da navi da crociera, in un lavoro che ha visto coinvolte istituzioni, le Compagnie navali, le Capitanerie di porto e altre autorità. Oppure ancora il recupero di pesce confiscato per i più vari motivi (fuori stagionalità, fuori taglia ecc.), alimento prezioso per una corretta nutrizione di tante persone assistite.
Significativo inoltre l’incremento registrato negli ultimi due anni nel recupero del “fresco” dai punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Il numero di punti vendita delle catene della GDO che si sono attrezzati per distinguere quel che poteva essere donato da quello che ormai doveva per forza essere smaltito, è cresciuto del 65%, passando da 1.030 a 1.700 punti vendita, mentre il recuperato è cresciuto a circa 12mila tonnellate, dalle 8.350 del 2017 (+ 44%).

Importante anche il lavoro di informazione e di diffusione delle buone prassi di gestione e conservazione degli alimenti che ogni giorno Banco Alimentare trasmette, grazie anche al Manuale per le corrette prassi operative per le Strutture Caritative realizzato insieme a Caritas italiana e validato dal Ministero della Salute.

In questo senso, la Rete Banco Alimentare rappresenta anche un soggetto sociale che ogni giorno, perseguendo la logica dell’aiutare chi aiuta, crea un circolo virtuoso che coinvolge tutti gli stakeholder del settore: dalle aziende donatrici agli enti che ricevono; dai volontari ai bisognosi; dagli amministratori pubblici ai singoli cittadini. La produzione di “valore”, da parte di tutti e per tutti, e non a vantaggio di pochi soggetti, rappresenta il beneficio globale dell’azione della Rete Banco Alimentare.

Digitalizzazione e ricerca per contrastare lo spreco alimentare

Il prossimo futuro vede per noi due principali sfide: la digitalizzazione, per una migliore tracciabilità e valutazione degli impatti, soprattutto in relazione agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU, e la ricerca per l’allungamento della vita dei prodotti recuperati o per la loro trasformazione.

In partnership con alcune grandi catene distributive stiamo lavorando a procedure informatiche semplici, alla portata di tutti, che favoriscano la tempestività e semplifichino la tracciabilità delle donazioni. Tutto ciò nel rigoroso rispetto delle norme igienico sanitarie che riteniamo imprescindibili per la nostra attività.

Sarà fondamentale crescere insieme ai nostri partner, sia imprese sia enti caritativi.

Lo spreco alimentare oggi è ancora elevato e per quanto riguarda l’Italia significativi sono due dati espressi in un numero facilmente memorizzabile: circa 5,5 milioni di tonnellate di cibo vengono sprecate e circa 5,5 milioni di persone vivono in povertà.

Da considerare che, del totale dello spreco di cibo, circa il 45-50% avviene nelle nostre case, in famiglia e quindi per definizione è “non recuperabile” da Banco Alimentare.
Per questo siamo impegnati a diffondere un’autentica cultura contro lo spreco, in particolare nelle scuole, e per questo è stato siglato un protocollo ad hoc con il Ministero dell’Istruzione.

Occorre un cambio di passo, ma un cambio di passo integrale.

È necessario che cambi l’approccio culturale, il modo di concepire la relazione tra persone e con l’ambiente al quale, consapevoli o inconsapevoli, siamo indissolubilmente legati. O sarà un approccio integrale o non ci sarà cambiamento di lungo periodo.

Papa Francesco nell’enciclica “Laudato si’” del maggio 2015 ammoniva a non vivere una sorta di schizofrenia, ricordando che: “Tutto è connesso (…) Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia” rimandando a quella “Ecologia Integrale” dalla quale ogni seria riflessione sulla sostenibilità non può prescindere, se vuole essere autentica e soprattutto efficace.

Ricevendoci in udienza, il 18 maggio 2019, insieme ai rappresentanti dei Banchi europei in occasione dell’annuale assise della Federazione Europea dei Banchi Alimentari, ebbe inoltre a dire: “Che cosa possiamo fare? Non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. (…) C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile”.


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