Gabriele Buia

Con il superbonus possibili ricadute per oltre 20 miliardi di euro

Intervista a Gabriele Buia, Presidente di ANCE - Associazione Nazionale Costruttori Edili

Il superbonus rende possibile una grande azione di riqualificazione e di consolidamento delle nostre case, e consentirà un impatto importante in termini di investimenti: 6 miliardi di euro di ricadute dirette sul settore, che diventano 21 miliardi sull’economia nel suo complesso, tenendo conto che ogni euro investito in costruzioni ne attiva altri 3,5 grazie alla lunga filiera che ne fa parte. Cifre rilevantissime in questo momento per il nostro Paese.

Superbonus del 110%, Renovation Wave europea, nuove direttive, interventi per rendere più efficienti e ridurre i consumi di condomini, abitazioni singole, industrie e immobili della PA: l’efficienza energetica nelle sue molteplici applicazioni e ricadute ambientali, economiche e sociali, è ormai una delle priorità nelle agende nazionali ed europee. In Italia ci sono grandi attese sul Superbonus del 110% come traino per l’economia. Di recente, il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha affermato che "finalmente un settore come l'edilizia, in crisi dal 2008 e che da quella crisi non è mai uscito, potrà vedere un po' di luce e ricominciare ad investire nella forza lavoro. Confidiamo ci sia un vero effetto economico e di efficientamento energetico del patrimonio edilizio". Presidente Buia, a suo giudizio, questo strumento può costituire un motore di crescita per la ripresa e l’occupazione?

Il superbonus 110% è una misura di vero rilancio dell’economia, per la quale diamo atto al Governo di aver creduto in una sfida estremamente importante per l’efficienza e la messa in sicurezza del patrimonio abitativo, potenziando sia gli incentivi esistenti sia gli strumenti di cessione del credito. Circa il 74% degli immobili del Paese, come ripetiamo da anni, è stato costruito, infatti, prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche e sull’efficienza energetica. Dati che confermano quanto sia indispensabile promuovere una grande azione di riqualificazione e di consolidamento delle nostre case. Il superbonus certamente va in questa direzione e se sfruttato al meglio consentirà un impatto importante in termini di investimenti. Si tratta di 6 miliardi di euro di ricadute dirette sul settore, che diventano 21 miliardi sull’economia nel suo complesso, tenendo conto che ogni euro investito in costruzioni ne attiva altri 3,5 grazie alla lunga filiera che ne fa parte. Cifre rilevantissime in questo momento per il nostro Paese.

La Commissione Europea ha recentemente promosso la Renovation Wave: come giudica questa misura in una prospettiva di rilancio post-crisi? E quali sono gli ostacoli per mettere in atto un grande piano di rigenerazione urbana?

La grande ondata di rinnovamento urbano, richiamata dalla Presidente von der Leyen nel suo recente discorso sullo stato dell’Unione, rappresenta una sfida fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica e sociale. Il problema è: come raggiungeremo questi obiettivi? Mai come ora in tutta Europa, e in Italia in particolare, le città sono in grave difficoltà.

Ma come pensiamo di dare loro un futuro se ancora le città sono regolate da norme del 1942 e del 1968, concepite per rispondere ai fabbisogni di un’altra epoca storica?
Notiamo l’assenza totale di una visione organica, di un progetto di città italiana. Il degrado e le tensioni sociali attendono soluzioni concrete che bisogna individuare al più presto, e non certo per fare un favore alle imprese. Se non cogliamo questa occasione per eliminare il degrado e ridare bellezza e vivibilità alle nostre città avremo perso qualsiasi prospettiva di futuro. Dobbiamo fare in modo che la rigenerazione urbana si concretizzi e non resti solo un bel titolo da convegno.

Durante una recente audizione al Senato, lei ha ribadito l’urgenza di una vera politica di rilancio e di svolta per le prossime generazioni che stanno infatti pagando il prezzo più elevato di questa crisi: perdita di occupazione, formazione a singhiozzo, pochi investimenti, nessun futuro.

Sì, noi crediamo che sia necessario rovesciare completamente la prospettiva delle misure adottate finora, e passare dal reddito da sussidio al reddito da lavoro. Abbiamo saputo bene affrontare la prima fase dell’emergenza, ma pensiamo che oggi manchi una visione di futuro e di che Paese vogliamo. I provvedimenti adottati in questi mesi hanno respiro corto, non incidono sui mali strutturali italiani ma si limitano a trovare delle soluzioni tampone. Oggi più che mai invece è necessario fare scelte coraggiose e adottare finalmente misure per creare lavoro e rimettere in moto il Paese.

Di recente lei ha ricordato anche l’importanza del Next generation EU adottato dall’UE lo scorso luglio. Quali sono le priorità su cui puntare?

Quelle risorse devono servire a costruire una prospettiva futura, non possiamo permetterci di continuare a essere maglia nera in Europa nell’utilizzo dei fondi a disposizione. Le cose da fare per rimettere in sesto e far ripartire il Paese sono tante: la chiave è concentrarsi su progetti concreti, a cominciare dalla rinascita di infrastrutture, città e territori in chiave di sviluppo sostenibile.
Innanzitutto serve un programma di interventi diffusi, un Piano Italia orientato alla sostenibilità, che comprenda opere per l’attenuazione dei rischi naturali, idrogeologico e sismico, e interventi nelle infrastrutture sociali necessarie per gestire la crescente domanda di servizi sociali: sanità, istruzione, edilizia abitativa e mobilità. Senza dimenticare le reti di collegamento, per rilanciare la competitività e ridurre il divario tra le diverse aree del Paese. Altra priorità è un grande Piano di rigenerazione urbana, da almeno 5 miliardi di euro, che permetta di trasformare le nostre città adattandole ai nuovi bisogni della società. Le risorse da sole però non bastano. Bisogna favorire la demolizione e la ricostruzione degli edifici attraverso strumenti fiscali e normativi adeguati. La sostituzione edilizia deve diventare una pratica frequente e consolidata altrimenti il processo di riuso e di rigenerazione di ampie parti delle città non potrà mai decollare.

In una recente audizione lei ha presentato il Piano Edilizia 4.0. In che cosa consiste?

Innovazione e digitalizzazione sono temi su cui ci dobbiamo misurare con serietà. Nel nostro settore questo processo è solo agli inizi, e invece dobbiamo cominciare a correre. Per questo è necessario prevedere al più presto un Piano edilizia 4.0 dedicato, perché le caratteristiche del cantiere sono infinitamente diverse da quelle della fabbrica. Se vogliamo migliorare la qualità dei processi e dei prodotti dobbiamo poter contare su strumenti mirati per le nostre imprese, adattare modelli pensati per altri non funziona. Ci sono già due strumenti che attendono il via libera del Governo: la piattaforma digitale nazionale per le costruzioni e il Digital Innovation Hub. In questo processo dobbiamo crederci tutti. L’innovazione dei processi non può essere a senso unico, non può riguardare solo l’impresa. Anche la PA deve essere pienamente coinvolta nella trasformazione digitale altrimenti rimarrà un obiettivo irraggiungibile.

In quale modo e con quali modelli ANCE intende guidare i suoi associati nel perseguimento degli obiettivi del Green New Deal?

L'ANCE sta promuovendo da tempo la cultura del costruire sostenibile presso le imprese del settore. Noi imprenditori dell’edilizia e della lunga filiera delle costruzioni possiamo e dobbiamo essere gli attori del cambiamento. E questo perché senza sostenibilità non c’è futuro per le nostre città, per i nostri territori, per il Paese. Agire per la sostenibilità significa rispondere alle esigenze delle persone, al loro bisogno di sicurezza, socialità, benessere, fiducia, lavoro. Pensiamo alla riduzione delle emissioni CO2, al risparmio energetico, all’economia circolare, alla salvaguardia del territorio e dell’ambiente.

D’altronde dei 17 obiettivi, individuati dall'ONU nel 2015, necessari per lo Sviluppo Sostenibile, ben 15 impattano direttamente con il settore delle costruzioni. Il nostro sistema e le nostre imprese possono quindi svolgere un ruolo determinante per orientare il mercato e la produzione verso scelte volte a contrastare i cambiamenti climatici e a mettere al centro le necessità delle persone.

Tempo fa, in pieno lockdown, per il rilancio del settore ANCE ha proposto una sorta di Piano Marshall per l’edilizia. In che cosa consiste?

Abbiamo consegnato al Governo, in pieno lockdown, un Piano Italia con le nostre proposte concrete per ripartire, a cominciare dallo spendere subito tutte le risorse ferme nei cassetti della pubblica amministrazione. Si tratta di trasferire le risorse direttamente ai Comuni con tempi contingentati di spesa. Il piano, che è stato già utilizzato per piccoli importi, funziona e consente di tagliare quei tempi morti che bloccano le opere. Ma bisogna poterlo utilizzare su larga scala. Inoltre occorre intervenire in modo decisivo sulla catena decisionale e sulle procedure di autorizzazione dei lavori: è lì che si annida il 70% dei ritardi. Mentre finora, dl semplificazioni compreso, ci si è concentrati solo sulle fasi di gara, comprimendo trasparenza e concorrenza. Dobbiamo avere il coraggio di tagliare tutti quei centri decisionali che bloccano e rallentano la spesa: questa è la vera rivoluzione che occorre subito per far ripartire il nostro Paese.

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