Pierroberto Folgiero

La transizione energetica sia un grande ‘cantiere’ di crescita economica e sociale

Intervista a Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato di Maire Tecnimont e di NextChem

Il mondo si sta inesorabilmente avviando verso la quarta rivoluzione industriale e la transizione energetica deve diventare un grande ‘cantiere’: il ‘cantiere della transizione’, una grande priorità per l’Italia, sulla quale investire tempo, risorse e definire procedure semplificate per chi vuole investire. In questo contesto, occorre ‘guidare’ le imprese all’utilizzo delle risorse disponibili per l’avvio di progetti che daranno i loro frutti nei prossimi anni. E, per la mappatura e il potenziale sviluppo delle innovazioni tecnologiche, il ruolo di soggetti come ENEA è di fondamentale importanza

La transizione energetica è uno dei pilastri del Green New Deal, il Piano da 1000 miliardi di euro per trasformare in chiave sostenibile l’economia UE ed è anche al centro del Recovery Fund per rilanciare la crescita dopo l’emergenza COVID-19. Tuttavia, autorevoli esponenti del settore denunciano il rischio che si possa mettere in secondo piano la tutela ambientale in nome della ripresa economica. In questa intervista abbiamo chiesto a Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato di Maire Tecnimont, gruppo industriale leader in ambito internazionale nella trasformazione delle risorse naturali e attivo con la controllata NextChem nelle tecnologie a supporto della transizione energetica, se intravede questo rischio e perché.

Rispondo con franchezza. Intravedo il rischio, ma ritengo che ciò non accadrà. Penso che sia ormai giunto a maturazione un – provo a chiamarlo così – wishful thinking che porta tutti coloro che si occupano di questi temi, dall’industria alle istituzioni e ritorno, a pensare che l’era dell’oil&gas abbia iniziato la sua parabola di trasformazione. Gli investimenti nell’oil&gas non sono più “attraenti”, gli analisti finanziari dannun rating molto più alto ai progetti di innovazione nel settore non-fossil: ci potranno essere rallentamenti, aree di resistenza, ma tutto il mondo si sta avviando inesorabilmente verso la quarta rivoluzione industriale, che lo si voglia o no.

Veniamo allo scenario nazionale sul fronte del Green New Deal e della transizione energetica. Quali punti di forza per il nostro Paese e quali eventuali criticità?

Il nostro Paese ha un bisogno impellente di sbloccare alcuni meccanismi arrugginiti e tornare a far girare la linfa vitale degli investimenti locali, che danno ricchezza al territorio e creano competenze, know how e forza competitiva. Bisogna fare in modo che la transizione energetica divenga un grande “cantiere”, il “cantiere della transizione”: ci vuole, come in tutti i cantieri, un direttore, regole speciali, procedure definite, persone dedicate. Questa deve diventare una priorità per l’Italia, occorre investire tempo e risorse nelle fondamenta di questo cantiere, a partire dal definire delle procedure semplificate per chi decide di investirvi.

Lei ripete spesso che la transizione energetica è un processo inevitabile, irreversibile, che ormai è cominciato, ma può essere un’opportunità per le imprese riposizionarsi e darsi nuovi obiettivi. Può farci qualche esempio? E la nascita di NextChem va in questa direzione?

Certo, NextChem è nata proprio da questa intuizione, dalla voglia di darci nuovi obiettivi, posizionarci su un mercato per noi promettente, quello delle tecnologie per l’economia low-carbon e circolare. Ogni azienda dovrebbe cogliere questa occasione. Il business cresce dove c’è innovazione, l’innovazione cresce dove ci sono nuovi paradigmi da esplorare. È questo il caso.

Una recente analisi ENEA evidenzia che dal 2015 in poi la posizione competitiva dell’Italia negli scambi internazionali delle tecnologie energetiche low-carbon sta peggiorando. A fine 2019 l’indicatore ha segnato –0,53 in media, con picchi negativi di –0,97 per veicoli ibridi, –0,89 quelli elettrici e un saldo negativo di 1,53 miliardi di dollari sulla bilancia commerciale. È possibile invertire questa tendenza? E con quali azioni?

A mio avviso è possibile. Ma occorrono alcuni ingredienti: la capacità delle imprese di fare sistema, di spingere accordi di filiera, di portare avanti piattaforme congiunte di ricerca e di studio; la capacità delle istituzioni di saper sostenere l’innovazione su questo settore. Oggi stiamo assistendo a una proliferazione di annunci relativi alla disponibilità di risorse finanziarie per il Green Deal, ma le assicuro che destreggiarsi nella giungla di questi flussi di finanziamenti non è facile neppure per una grande azienda come la nostra. Bisogna guidare le imprese ad utilizzare le risorse disponibili per la messa a terra di progetti che daranno certamente i loro frutti nei prossimi anni. Il ruolo di soggetti come ENEA nella mappatura delle innovazioni tecnologiche e del loro potenziale di sviluppo è di fondamentale importanza.

Fra i temi più dibattuti del momento c’è l’auto elettrica. Una grande opportunità o c’è il rischio di ripetere gli errori fatti con il fotovoltaico, ovvero di non dare vita ad una filiera nazionale?

Quella dell’auto elettrica è stata un po’ una corsa in avanti e alla fine potrebbe non facilitare l’industria italiana e la filiera europea… Credo che l’auto elettrica sia un’opportunità per il trasporto leggero, ma nonostante l’intensità e la penetrazione delle rinnovabili nel nostro Paese, c’è da capire come alimentare tutta la domanda. Certo, attualmente non è pensabile portare ad elettrico il trasporto pesante e in parallelo occorre sviluppare la tecnologia delle batterie e quella dei sistemi di ricarica e, parimenti, va consolidata la filiera del riciclo delle batterie stesse per consentire il recupero e il riutilizzo di materie prime preziose come il litio, di cui l’Italia non dispone.

In questo momento si parla molto anche di idrogeno: la Commissione Europea ha recentemente presentato una strategia per la promozione di questo vettore energetico e otto grandi gruppi europei, fra cui Enel, hanno dato vita ad un’alleanza per la produzione di idrogeno ‘rinnovabile’ per decarbonizzare l’economia, creare occupazione e ridurre la dipendenza energetica. È una strategia condivisibile?

Lo è certamente; noi stessi abbiamo elaborato una strategia sull’idrogeno, nessuno oggi si sogna di non contemplare l’idrogeno tra i carburanti del futuro. Noi abbiamo in portafoglio diverse tecnologie per la produzione di idrogeno; tra quelle a cui puntiamo di più ci sono il green hydrogen da elettrolisi da energia rinnovabile e il circular hydrogen ottenuto da gas di sintesi circolare, ovvero il prodotto della nostra tecnologia waste to chemicals, che si basa sulla conversione chimica di plasmix, la Carbon Capture and Storage (CCS) e la frazione secca dei rifiuti. Io penso che il nostro circular hydrogen sia la vera “staffetta” per arrivare alla produzione di idrogeno verde a costi competitivi.

Un tema ricorrente è anche quello della finanza sostenibile. Che ruolo può avere nella transizione energetica?

La finanza è alla ricerca di investimenti profittevoli e sicuri, ovvero resilienti. Oggi i progetti industriali green iniziano ad essere profittevoli, i nostri progetti lo sono. E sono sicuri, ovvero resilienti, perché sono più legati alle economie nazionali, alle risorse locali, più in grado di resistere a shock come quello che abbiamo vissuto quest’anno. Sono interventi infrastrutturali meglio accolti dalle popolazioni e che si inseriscono meglio nel territorio dal punto di vista degli impatti. Se è questo, il senso della finanza sostenibile, beh, gli ingredienti ci sono già tutti.

Ricerca e innovazione vengono ritenuti essenziali per la transizione energetica, e non solo. Nella sua esperienza di innovatore, le imprese italiane investono a sufficienza in questa direzione? Che cosa servirebbe per rafforzare e far realmente decollare la collaborazione/incontro fra mondo della ricerca e quello delle imprese?

C’è già molto scambio tra mondo della ricerca e mondo delle imprese. Noi stessi, che siamo industrializzatori di innovazione, collaboriamo da sempre moltissimo con università e centri ricerca, partecipiamo a molti progetti europei e nazionali insieme a enti di ricerca (tra cui ENEA). Siamo anche all’interno di piattaforme di open innovation, perché crediamo che vadano intercettate tutte le energie positive e le idee, per poi testarne l’applicabilità a livello pilota e su scala industriale.

Un’ultima domanda. Nel Green New Deal si sottolinea molto il tema dell’equità, dell’inclusione e si prevede un ‘Just transition fund’. Perché mettere insieme equità e sostenibilità?

Perché equità e sostenibilità stanno insieme, sono legate da un diverso modo di concepire il fattore “tempo”, che contraddistingue il cambio di paradigma della transizione energetica. Le distorsioni che rendono non equi i sistemi economici sono prevalentemente legate alla massimizzazione dei risultati nel breve periodo. Nel momento in cui l’orizzonte temporale si allunga, qualsiasi organizzazione rischia di non sopravvivere ai meccanismi della massimizzazione del profitto a qualsiasi costo. Nel lungo periodo, le aziende devono dimostrare di saper costruire valore in modo non effimero ma sostanziale, nel rispetto di alcune regole, delle risorse ambientali e delle persone. Io sono convinto che la profittabilità degli investimenti e la leva economica siano e rimangano le leve di ogni vera transizione, ma non vi è dubbio che un’economia cosiddetta “sostenibile” lo debba essere sui tre pilastri dell’ambiente, dell’economia e della società. È per questa ragione che abbiamo ispirato la nostra policy di sostenibilità ai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite e che abbiamo aderito al Global Compact. Su questa direttrice, che ci aiuta nell’impostazione della nostra strategia industriale e nella rendicontazione dei risultati, operiamo attraverso le nostre cinquanta società nel mondo con l’attenzione che si deve alle comunità locali, ai diritti umani, alla diversity, ai nostri stakeholder. Credo che la direzione non possa che essere questa.


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