Roberto Morassut

Un Green New Deal roosveltiano per la ripresa del Paese

Intervista a Roberto Morassut, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare

Per il rilancio post-COVID penso ad un Green New Deal ispirato al modello roosveltiano degli anni ‘30 negli Stati Uniti: un gigantesco programma di opere civili per la messa in sicurezza del territorio, fondato sulla rigenerazione delle matrici ambientali per il risanamento dei suoli, il recupero dei territori inquinati, il contrasto al dissesto idrogeologico e la rigenerazione urbana. Solo investendo nella direzione della sostenibilità, sulla tutela e la valorizzazione del territorio e sulla ricerca, è possibile una ripresa del Paese. E le basi per questa ripresa all’insegna della sostenibilità ambientale e sociale, le abbiamo gettate con la Legge di Bilancio 2019, il DEF 2020 e il DL Rilancio.

La transizione energetica con obiettivo emissioni zero è uno dei pilastri del Green New Deal, il Piano da 1000 miliardi di euro presentato nel dicembre 2019 per trasformare in chiave sostenibile l’economia UE. E lo sviluppo delle fonti rinnovabili, di tecnologie innovative e ‘pulite’ e l’efficientamento energetico sono al centro del Recovery Fund Next Generation EU per rilanciare la crescita dopo l’emergenza COVID-19. Tuttavia, da più parti, autorevoli esponenti del settore denunciano il rischio che in nome della ripresa economica post COVID-19 si possa mettere in secondo piano la tutela ambientale. Sottosegretario Morassut, secondo lei esiste questo rischio?

Non credo. Significherebbe frenare un processo che è già in atto e costringere il Paese ad una inversione di rotta dannosa e controproducente, verso un vecchio modello di sviluppo che è in crisi da tempo. Anzi, ritengo che i temi della sostenibilità ambientale e della lotta ai cambiamenti climatici, che erano in grande fermento già prima dell’emergenza sanitaria, ora abbiano visto un’accelerazione, anche in vista della ripresa post lockdown. Dobbiamo continuare sulla strada che avevamo intrapreso senza guardarci alle spalle, sfruttando e rafforzando gli effetti positivi sull’ambiente del blocco forzato dei mesi scorsi. Solo investendo nella direzione della sostenibilità, sulla tutela e la valorizzazione del territorio e sulla ricerca, è possibile una ripresa del Paese.

In una recente dichiarazione lei ha evidenziato che il Green New Deal deve essere l’occasione per veicolare un modello di sviluppo alternativo basato su una strategia di economia circolare, su produzioni sostenibili e sul riutilizzo dell'esistente. Dal punto di vista operativo, come deve essere il Green New Deal italiano? Quali opportunità e punti di forza per il nostro Paese e quali eventuali criticità?

Il nostro Paese può avere grandi potenzialità se saprà incrociare la modernizzazione ecologica dei sistemi produttivi ed industriali sul patrimonio di civiltà, bellezza, creatività e sulle vocazioni di territori ad alta qualità ambientale che fanno la nostra forza. Credo che un programma di sostenibilità in Italia debba fondarsi sulla rigenerazione delle matrici ambientali a partire dal risanamento dei suoli, dal recupero dei territori inquinati, dal contrasto al dissesto idrogeologico e dalla rigenerazione urbana. Penso ad un Green New Deal che prenda ispirazione dal modello roosveltiano degli anni 30 negli Stati Uniti: un gigantesco programma di opere civili per la messa in sicurezza di un territorio in cui occorrevano dighe, ponti, strade ma soprattutto interventi di messa in sicurezza dalle frane e dalle alluvioni, riforestazione di grandi territori per contrastare la desertificazione e le zone aride interne. Con la Legge di Bilancio 2019, il DEF 2020 e il DL Rilancio abbiamo gettato le basi per una ripresa all’insegna della sostenibilità ambientale e sociale, che sarà ancora più efficace con i prossimi provvedimenti in dirittura d’arrivo, dal recepimento delle quattro direttive europee per l’economia circolare al decreto “Semplificazioni”, che interverrà su vari settori dell’ordinamento per alleggerire le procedure, semplificare passaggi burocratici e accorciare i tempi per la realizzazione di opere e progetti e, infine, al Collegato ambientale, che toccherà temi fondamentali come le bonifiche, il trattamento delle sostanze inquinanti, la mobilità elettrica, i parchi e il capitale naturale, la tutela della fauna selvatica e molto altro.

Per molto tempo l’energia è stata considerata come antagonista dell’ambiente. È ancora così?

Lo sarebbe se per produrre energia si continuassero a consumare grandi quantitativi di risorse ambientali; se continuassimo ad utilizzare le fonti fossili, altamente inquinanti e responsabili dell’aumento dell’effetto serra e dei conseguenti mutamenti climatici. Oggi i Paesi in prima linea nella transizione energetica ottengono più di un terzo della loro energia da fonti naturali come il sole e il vento e lo stanno facendo in modo economicamente vantaggioso. Anche per la costruzione del profilo energetico del nostro Paese, l’aumento della parte della porzione di energie rinnovabili è oggi una delle priorità fondamentali. Spingiamo verso la decarbonizzazione e la neutralità climatica prevista per la metà del secolo, cogliendo l’opportunità di arrivare al 55% nel 2030, abbassando i costi, snellendo le procedure e promuovendo gli investimenti a favore di basse emissioni.

Quali sono a suo giudizio i benefici che possono derivare dal Superbonus per l’efficienza energetica in termini di minori consumi, ma anche di riqualificazione delle periferie e miglioramento delle condizioni abitative?

L'Ecobonus al 110% è disegnato per innescare interventi di riqualificazione profonda, “a tutto tondo”, dando anche uno shock economico positivo al comparto. L'idea di fondo è di convertire uno strumento che sinora è stato impiegato prevalentemente per fare interventi ‘parziali’ (ad esempio, solo gli infissi), in uno strumento in grado di innescare interventi più complessi con un importante miglioramento in termini di efficienza (ad esempio, il ‘cappotto’). Ma il tema della riqualificazione urbana è molto ampio e richiede anche una profonda revisione dell’ordinamento e della normativa urbanistica ed edilizia del nostro Paese, che risale agli anni ‘40 del secolo scorso, alla quale stiamo lavorando. Nel Collegato ambientale, infatti, affrontiamo anche questo punto, con l’obiettivo di incentivare gli interventi di ristrutturazione urbanistica che incidono su comparti ampi di città e di tessuto edilizio, abbattendo radicalmente la contribuzione per oneri prevista nel Testo unico dell’edilizia, in cambio di un prodotto altamente innovativo e che preveda, attraverso chiari disciplinari costruttivi, standard prestazionali più elevati per efficientemente energetico, uso dei materiali, limitazione del consumo di suolo, servizi pubblici di maggiore prestazione, mescolanza sociale degli insediamenti, demolizione e ricostruzione.

Un tema molto dibattuto è la mobilità elettrica. Per molti è un obiettivo da perseguire con la massima determinazione, per altri occorre grande attenzione, in particolare per quanto riguarda l’assenza di una filiera nazionale con il rischio di importare tecnologie dall’estero come è accaduto con il fotovoltaico.

Il numero di autovetture elettriche in Italia è ancora marginale, supera di poco le 22.000 unità, ma l’andamento è in continua crescita, anche grazie agli incentivi introdotti con la Legge di Stabilità 2019, ulteriormente incrementati con il recente DL Rilancio. Un incremento che rientra tra gli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima al fine di conseguire per il settore dei trasporti entro il 2030 una riduzione delle emissioni di CO2 del 37% rispetto ai livelli del 2005. È un trend ormai avviato a livello internazionale e dobbiamo tenere il passo. Le grandi capitali europee hanno annunciato importanti programmi per la decarbonizzazione della mobilità urbana e le maggiori case automobilistiche mondiali prevedono di intraprendere entro il 2030 consistenti investimenti per la produzione dei veicoli elettrici. Il settore automotive è composto principalmente da grandi operatori multinazionali e in Italia oltre i due terzi delle autovetture circolanti sono prodotti da operatori multinazionali europei. Il mercato delle autovetture elettriche è ancora in fase di lancio e probabilmente è ancora presto per effettuare valutazioni che attengano alla bilancia commerciale con i Paesi esteri, tuttavia la prevista crescita del mercato delle autovetture elettriche e la presenza dominante nel mercato automotive di operatori multinazionali potrà comportare una crescita dell’economia italiana, laddove sorgano in Italia nuove linee di produzione.

Una recente analisi ENEA evidenzia un peggioramento della posizione competitiva dell’Italia negli scambi internazionali delle tecnologie energetiche low-carbon come fotovoltaico, mobilità elettrica, accumulatori, solare termico, eolico con una crescente dipendenza dalle importazioni dal 2015 in poi. A fine 2019 l’indicatore si è collocato a –0,53 con picchi negativi di –0,97 per veicoli ibridi, –0,89 quelli elettrici, con un saldo negativo di 1,53 miliardi di dollari sulla bilancia commerciale. È possibile invertire questa tendenza? E con quali azioni?

Agendo nel medio-lungo periodo, almeno in parte è possibile. Servono investimenti in ricerca e innovazione, soprattutto in quei segmenti dove siamo forti o abbiamo assunto un ruolo di “co-leadership”, penso, ad esempio, alle smart grid; in questa prospettiva, dobbiamo promuovere una strategia di sviluppo industriale che preveda la collaborazione fra industria e centri di ricerca pubblici e privati italiani in modo da creare un circolo virtuoso. Insieme a tutto questo va contemplata la partecipazione a progetti e iniziative di dimensione europea, perché alcune tecnologie richiedono investimenti e scelte strategiche coordinate, che hanno senso solo se condivise a livello sovranazionale.

In questo momento si parla molto di idrogeno: la Commissione Europea ha recentemente presentato una strategia per la promozione di questo vettore energetico della Strategia UE e otto grandi gruppi europei, fra cui Enel, hanno dato vita ad un’alleanza per la produzione di idrogeno ‘’rinnovabile’’ per decarbonizzare l’economia, creare occupazione e ridurre la dipendenza energetica. È condivisibile una strategia di investimenti in questa direzione?

Sì, è condivisibile. Perché per raggiungere una condizione di “neutralità climatica” è necessario prevedere un vero e proprio cambio del paradigma energetico italiano che, inevitabilmente, passa anche per investimenti e scelte che incidono su tecnologie applicate e infrastrutture: la produzione e l’impiego dell’idrogeno sono un tassello importante di questa prospettiva. L’idrogeno, infatti, può essere completamente "green"; dà flessibilità al sistema, perché può essere prodotto nei periodi di “overgeneration”, nei quali la produzione da rinnovabili non programmabili, come il fotovoltaico, supera il fabbisogno di energia elettrica; può essere usato sia direttamente che, combinato con la CO2 catturata di origine bio, sotto forma di biometano o carburanti simili ai convenzionali ma ad impatto-zero; infine, sotto certe condizioni tecniche, permette di sfruttare la rete gas esistente. Parliamo cioè di un vero salto tecnologico infrastrutturale che, come oramai la maggior parte delle scelte energetiche, ha senso e maggiori possibilità di successo se condiviso e portato avanti a livello europeo.

Ricerca e innovazione vengono ritenuti essenziali per la transizione energetica, per supportare, accelerare e in alcuni casi anche ‘consentire’ la decarbonizzazione. Il nostro Paese sta investendo abbastanza in questo settore?

Innovazione e ricerca sono il motore della crescita sostenibile, in grado di accelerare la transizione energetica in maniera efficace, anche sotto il profilo dei costi. L’Italia esporta tecnologia di alto livello e all’avanguardia in tutto il mondo e già prima dell’emergenza COVID-19, nella cornice del Green New Deal, il Governo era impegnato nella stesura di provvedimenti economici e normativi che rafforzavano interventi e incentivi per quei settori che già avevano dato importanti risultati nell’innovazione in chiave green e della sostenibilità ambientale.


Stampa