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Luca Mercalli

Ai giovani dobbiamo dire le cose come stanno, indicare vie d'uscita e soluzioni

Intervista a Luca Mercalli

DOI 10.12910/EAI2021-043

I problemi del clima si espliciteranno in maniera intensa e drammatica nei prossimi decenni, quando i ragazzi di oggi saranno adulti. Per questo, la missione di scienziati e divulgatori è dire loro come stanno le cose, informandoli sulla gravità e i rischi della situazione ambientale, indicando vie d’uscita e soluzioni. E i giovani devono far sentire la loro voce e far capire al mondo produttivo e ai decisori che non vogliono subire le conseguenze sul loro futuro di ciò che facciamo oggi. Il loro apporto è fondamentale come forza propulsiva nella società e nella politica.

Luca Mercalli, climatologo, scrittore, divulgatore e docente, ha fondato la rivista di meteorologia Nimbus ed è presidente della Società Meteorologica Italiana, consigliere scientifico di ISPRA, collaboratore di diverse trasmissioni RAI ed editorialista del Fatto Quotidiano. Da trent'anni gli piace fare ‘lezioni’ di ambiente nelle scuole e nel 2018, l’anno in cui Greta accusava i grandi del Pianeta riuniti al summit delle Nazioni Unite sul clima di ‘rubare il futuro davanti agli occhi dei propri figli’, ha scritto ‘Uffa che caldo! Come sarà il clima del futuro? E come possiamo limitare i danni?’, un libro dedicato a lettori “da 8 anni in su”. Da che cosa è nata questa idea di spiegare ai ragazzi una tematica complessa come il cambiamento climatico?

Ho sempre insegnato a qualsiasi livello, dalle primarie fino ai “post-doc”, per questo ho pensato che scrivere un libro per spiegare i problemi del clima ai più giovani fosse fondamentale, perchè sono proprio i ragazzi di oggi a subire i danni maggiori dei guasti ambientali che stiamo causando. I problemi del clima sono in una fase iniziale, ma si espliciteranno in maniera intensa e drammatica nei prossimi decenni quando questi bambini saranno adulti. La sfida è stata di raccontare i rischi, le soluzioni per ridurli e consegnare loro un pianeta sostenibile ma anche trasformare concetti difficili in figure che fossero rigorosamente scientifiche e nello stesso tempo comprensibili.

Perché un libro illustrato??

Perchè con i disegni è molto più facile trasmettere concetti un po’ complicati. Tanti, però, mi dicono che lo leggono anche i genitori tenuto conto che sono tematiche difficili per tutti, anche per le persone che fanno altri mestieri e non riescono ad entrare nel merito nei problemi del cambiamento climatico. Spesso per un adulto leggere un libro per bambini con le figure è un modo per capire in poco tempo i principi-base.

Al di là dei libri, quali sono i passi da compiere per avvicinare i giovani alla sostenibilità?

Il primo passo è dire le cose come stanno, e questa è la missione degli scienziati. Lo scienziato coerente cerca di spiegare la realtà, certamente insieme alle sue incertezze, ma senza edulcorare la pillola... Agli studenti non ho mai detto cose diverse dalla realtà solo per spaventarli. Ho ritenuto che fosse anche giusto non spaventarli, ma senza fare l’errore di non dare vie d’uscita, di dire che non c’è rimedio. Sarebbe assurdo, perché bloccherebbe ogni tentativo di cambiare le cose. Per questo il 50% della mia didattica è descrivere una situazione ambientale grave e con molti rischi, ma l’altro 50% è dire che cosa possiamo fare e proporre soluzioni: dalle fonti rinnovabili all’efficienza energetica, alle nuove tecnologie per avere una buona qualità della vita, ma a basso impatto ambientale.

E quali sono gli errori da evitare?

I ragazzi sono bravissimi a verificare se le cose vengono fatte tanto per dire o se ci si crede. Per questo un ingrediente fondamentale è la credibilità, cioè raccontare le soluzioni, spiegare come le hai trovate e come le stai mettendo in partica. Anche tu in prima persona. Per esempio ai miei studenti ho raccontato come ho installato i pannelli solari a casa mia e come funzionano, la mia guida di un'auto elettrica e perché ho scelto di non usare più l'aereo per spostarmi.

Altri aspetti importanti?

Un altro aspetto importante è l’interdisciplinarietà, è far capire che questi sono i temi fondamentali della coscienza di ogni cittadino di domani, e cioè che il rapporto tra uomo e ambiente passa attraverso la fisica, la chimica, ma anche attraverso i saperi umanistici, la storia, la letteratura, la psicologia, la filosofia. Tutto può essere integrato nella visione sostenibile del futuro e questo ai giovani piace moltissimo perchè improvvisamente vedono il collegamento con le singole materie che studiano a scuola.

Un recente sondaggio dell’Unicef rivela che la maggior parte dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni è convinta che sia possibile fare ancora qualche cosa di importante per garantire un futuro più ecosostenibile al pianeta e ai suoi abitanti. Di che risposte e di quali proposte hanno bisogno?

Siamo convinti di poter ancora fare qualcosa; il problema è che abbiamo poco tempo, ci stiamo perdendo in chiacchiere e indugi e rischiamo in pochi anni di perdere la finestra nella quale è ancora possibile spostarci da una traiettoria catastrofica a quella gestibile per il loro futuro. E’ un problema globale di 195 Stati e di 8 miliardi di persone nel mondo, dove l’apporto dei giovani è fondamentale come forza propulsiva nella società e nella politica. Abbiamo bisogno di giovani che facciano sentire la loro voce per far capire al mondo produttivo e ai decisori che non vogliono subire le conseguenze sulla loro vita futura di ciò che noi facciamo oggi.

Quindi che cosa fare?

Quindi il suggerimento è “avanti così”, ma aumentando il loro peso, facendo sentire la loro voce alla politica. Altrimenti tra pochi anni arriveremo alla traiettoria dell’irreversibilità e non riusciremo più a mitigare i danni o a ridurli come ancora oggi possiamo fare. Purtroppo sono cose che dicevamo anche trent’anni fa. Tuttavia penso ci sia ancora la possibilità di cambiarle, a condizione che ci sia una svolta; in Europa sento annunci incoraggianti, ma vedo anche tante difficoltà e tante contraddizioni nel trasformarli in fatti reali. Speriamo che i giovani tirino un po’ su il livello del dibattito politico pretendendo oggi queste scelte per il futuro.

Lei è stato ‘ambasciatore’ di Friday For Future, il movimento giovanile che ha ispirato migliaia di giovani italiani e ha dato una scossa per cambiare le politiche ambientali. Quali sono a suo giudizio le sfide e le opportunità che i giovani si trovano davanti oggi e quanto ha inciso la pandemia sul movimento? 

Friday For Future rappresenta l’evoluzione più vistosa della presa di coscienza dei giovani. Quindi li ho sempre appoggiati, a partire da Greta Thunberg ai movimenti che si sono diffusi negli altri Paesi, compresa l’Italia. Sono passati un paio d’anni e non si può dire che i leader politici abbiano però colto il messaggio, temo che lo abbiano solo metabolizzato nel sistema attuale, senza effettuare i cambiamenti necessari... Tutto continua a essere come prima. Il movimento studentesco si è così affiancato agli altri movimenti ma non ha prodotto ancora nessuna svolta concreta. Credo che sia necessaria una carica di fantasia e creatività giovanile per trovare i modi per essere più incisivi.

Che cosa si può fare per favorire una corretta informazione scientifica a fronte del crescente rischio di fake news e disinformazione? E che ruolo può avere in questo contesto il mondo della scienza e della ricerca?

Qui si può fare tantissimo, abbiamo tutto sottomano, è solo questione di volontà da parte della società e degli editori di mettere i temi ambientali e climatici al centro. Ma questo non lo si fa per motivi di audience, perchè alcune volte si ritiene che i temi ambientali siano pedanti e riservati a un pubblico di nicchia. La responsabilità dell’informazione pubblica è in prima linea: più un argomento è scomodo e meno viene trattato anche alla TV pubblica. E invece bisognerebbe fare lo sforzo di allargarli a tutta la popolazione, anche a quella fascia di persone che non hanno mai dimostrato particolare interesse. Stiamo parlando di tematiche all’avanguardia ma complesse che bisogna spiegare passo per passo e che richiedono tempo per essere assimilate. E’ su questo che bisogna incidere con l’informazione e nelle TV, evitando gli slogan semplicistici, e puntando su trasmissioni e articoli di approfondimento. Se in TV si parlasse di più di questi temi creeremmo una cultura diffusa e un cambiamento nei comportamenti. E invece purtroppo tutto è lasciato all’improvvisazione.

Di recente il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha presentato “RiGenerazione Scuola”, un Piano per la transizione ecologica e culturale delle scuole nell’ambito dell’Agenda 2030, fondato su quattro pilastri: la rigenerazione dei saperi, delle infrastrutture, dei comportamenti e delle opportunità. Che cosa ne pensa?  

Si tratta di parole che vanno tradotte nella pratica: rigenerare i saperi vuol dire mettere la sostenibilità dentro la conoscenza, dentro i programmi scolastici. Rigenerare le infrastrutture vuol dire, mettere i pannelli fotovoltaici sul tetto. Per quanto riguarda i comportamenti penso che, ad esempio, nelle scuole bisogna iniziare a fare la raccolta differenziata dei rifiuti e per le infrastrutture penso all’efficienza e alla sicurezza che invece molto spesso nelle scuole sono carenti. Per arrivare al cuore dei problemi, dobbiamo tradurre le parole in azioni, che poi sono i gesti quotidiani.

Incertezza sul futuro, disoccupazione ed abbandono scolastico: secondo l'ISTAT sono i giovani ad aver pagato il prezzo più alto della pandemia dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Che cosa si può fare? 

Ogni catastrofe può avere i suoi lati positivi. Ad esempio, i giovani hanno capito che il mondo non è tutto lì a disposizione dell’uomo, ma che vi sono leggi fisiche, chimiche e biologiche più forti di noi che governano la vita e che dobbiamo rispettare. Ed anche la didattica a distanza, da tanti vituperata, ha avuto aspetti positivi, riducendo i consumi di energia per i viaggi e consentendoci tanta libertà in più, di essere in presenza solo quando necessario. E’ una svolta dalla quale non torneremo indietro. Io stesso con il telelavoro ho potuto fare molte lezioni in più e raggiungere anche 3-4 mila studenti in una sola lezione, un’opportunità che prima non sarebbe stata possibile.

Quindi ai ragazzi le tematiche ambientali interessano molto?

Sì, l’interesse del mondo della scuola e dagli studenti è altissimo. Attualmente però tutto questo è mediato da scelte non istituzionali, dalla buona volontà dei professori, dai giovani durante le assemblee d'istituto, dai divulgatori. Durante la DAD ho potuto fare lezione in luoghi che avrei raggiunto con maggiore difficoltà e solo dopo un lungo viaggio, e ho scoperto tanto interesse, tante domande e interazioni che mi hanno sorpreso, scuole e studenti straordinari che hanno tanta voglia di sapere come possono fare a scegliere un futuro che non sia ostile alla loro vita.

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