Copertina della rivista
ambiente e media

Il giornalismo alla sfida della comunicazione ambientale

di Marco Gisotti

DOI 10.12910/EAI2022-046

Quando si parla di tematiche ambientali, parliamo in realtà di tematiche scientifiche, rispetto alle quali occorre avere un approccio rigoroso, di carattere scientifico evitando però i tecnicismi. Ai comunicatori e ai media sta il compito di ‘tradurre’ e divulgare al pubblico le informazioni e di recuperare quel ruolo di intermediazione che non è evitabile in nessuna maniera.

 

Marco Gisotti

Marco Gisotti

Giornalista e comunicatore

Grazie a ENEA per l'invito, sapete che vengo sempre volentieri, anche perché tante cose le abbiamo fatte negli anni insieme. Proprio parlando di comunicazione istituzionale e le abbiamo fatte divertendoci. Io sono molti anni che il lavoro nell'ambito della comunicazione istituzionale, pur essendo un giornalista professionista, ed una cosa che negli anni con ENEA, ma non soltanto con ENEA, abbiamo potuto verificare è la capacità e la possibilità di fare una comunicazione che sia istituzionale ma senza essere ingessata. E che sia allo stesso tempo rispettosa dei parametri tecnico-scientifici.

Ricordo sempre che, quando si parla di tematiche ambientali, parliamo in realtà di tematiche scientifiche. La crisi ambientale, le soluzioni alla crisi ecologica derivano dalla misurazione dell'ambiente, dalla misurazione dell'inquinamento, delle parti per milione di CO2 in atmosfera e così via. Senza questi dati non potremmo conoscere effettivamente la gravità di quello che abbiamo intorno. Occorre avere un approccio di carattere scientifico, rigoroso nel raccontare ciò che le istituzioni fanno. Le Istituzioni sono, infatti, sia di carattere scientifico, come lo è l’ENEA, e altre volte anche di indirizzo politico, nel senso nobile del termine, come lo sono i ministeri. Lo sono in tante maniere, con tante funzioni vicine ai cittadini.

Non è semplice anche per noi giornalisti raccontare ciò che queste istituzioni producono e che riportano parlando con un linguaggio e un lessico proprio, spesso ricco di tecnicismi. Sta quindi ai comunicatori interni il compito di “tradurre” e divulgare al pubblico queste informazioni. Ma sta anche ai colleghi giornalisti che ascoltano, a quella stampa specializzata che insieme a noi partecipa a questa “traduzione”.

In Italia un approccio giornalistico diverso

È anche vero, però, che il ’mercato’ del giornalismo e l’approccio delle redazioni in Italia è diverso da quello internazionale.

È di pochi giorni fa la notizia che al New Yorker hanno assunto alcune decine di nuovi giornalisti proprio con la competenza ambientale sulla crisi climatica. D’altronde, se poi guardiamo la stampa estera, per esempio andate sulla homepage del Guardian, vedrete che fissa in home page, subito dopo la crisi russo-ucraina, c'è comunque la crisi climatica raccontata in tutte le sue declinazioni, anche attraverso quello che accade a livello istituzionale: quello che fa il governo inglese, quello che fa il governo americano, quello che fa l'Unione europea e così via. Questo perché? Perché quando noi parliamo di queste tematiche parliamo di qualcosa in realtà di particolarmente complesso e trasversale.

La settimana scorsa, per esempio, sempre The Guardian faceva il punto sulle ricadute socioeconomiche in termini climatici della guerra in Ucraina. E non soltanto con un commento, mentre da noi spesso di prediligono gli editoriali di commento. The Guardian andava proprio a capire gli interventi fatti, per esempio dall'Unione europea, che ricadute potevano avere, non solo sul prezzo del gas, ma su diverse misure.

Oggi, la sessione a cui stiamo partecipando parla e vuole parlare del Piano nazionale di ripresa e resilienza che è, credo, in questo momento il tema più discusso e lo è per molte ragioni. Lo è per ragioni chiaramente economiche, perché si tratta di un vero e proprio piano Marshall per riprendersi dalla crisi, ma che lo fa con molti paletti, in senso positivo, di carattere ambientale, attraverso i quali cono coinvolte le istituzioni, i vari ministeri e poi le varie agenzie, i vari enti di ricerca. Si tratta un'azione molto complessa e un'azione che oggi il dibattito rimette anche in discussione, proprio dovendosi misurare con quella che è la crisi bellica. Ci si chiede se alcuni di questi parametri potranno davvero essere perseguiti. Se quei limiti, quegli obiettivi di carattere ambientale, per esempio in termini di fonti rinnovabili, siano davvero raggiungibili, se ce li possiamo ancora permettere, nonostante lo stato attuale delle cose.

Tutto questo non è semplice perché, fatemi dire, il dibattito è inquinato. È inquinato chiaramente da interessi di parte e inquinato da notizie che non sono notizie e anche da un sistema mediatico che non è più rappresentato da pochi e ben definiti strumenti. Carta, televisione, radio e web dobbiamo considerarli come un unico enorme flusso nel quale tutti quei meccanismi di intermediazione che noi giornalisti un tempo interpretavamo sono saltati.

La gente cerca l'informazione che gli assomiglia o che ritiene gli assomigli. Che confermi le proprie idee e per questo è attirata da “fari” pericolosamente ingannevoli. Perché arrivano su un’informazione che spesso non è di qualità, un’informazione che non si abbevera alle fonti ufficiali e un'informazione che viene interpretata senza nessuna competenza.

Il PNRR ci richiama a uno sforzo di responsabilità non solo come istituzioni e come cittadini ma anche come professionisti dell’informazione.

Riacquistare e far riacquistare la fiducia

Personalmente ho sempre interpretato il mio lavoro come qualcosa di profondamente, non voglio dire etico, però di servizio. Noi non siamo militari, non siamo iscritti a un corpo o quello che è, però abbiamo fatto questo mestiere un po’ perché ci piaceva e un po’ perché riteniamo che sia necessario tradurre queste notizie per i cittadini che ci leggono o ci ascoltano.

Chiaramente non basterà un corso, ma sarà il costruire una rete di tutti noi.

Il riacquistare e far riacquistare fiducia da parte dei cittadini nel lavoro che noi svolgiamo, con una corretta informazione ma anche molto chiara, molto semplice e, soprattutto, rispettosa del dato che raccontiamo rispetto alle fonti non ufficiali. Dobbiamo recuperare quel ruolo di intermediazione che non è evitabile in nessuna maniera. Noi che siamo comunicatori e che siamo giornalisti.

Oggi il giornalista è sempre più una professione fluida rispetto a quando alcuni come me hanno cominciato questo lavoro trent'anni fa.

Ma io non voglio tenervi più a lungo, e la mia è solo un breve riflessione introduttiva. Non ho nulla da insegnare ma solo un'opinione che mi sono formato negli anni da condividere

Per esempio, io insegno a Tor Vergata a un corso proprio sulla teoria e i linguaggi della comunicazione scientifica: lì emerge proprio sulla pelle viva di quelli che sono più giovani la voglia di cercare di interpretare quello che abbiamo intorno, l'importanza del lavoro giornalistico e di chi lo svolge. A monte, gli uffici stampa e i divulgatori che lavorano negli enti pubblici o anche negli enti privati, e, a valle, quelli e quelle, come tanti colleghi e colleghe che oggi sono qui, e che hanno il compito di restituire queste informazioni, traducendole e adattandole ad uso dei propri lettori.

Perché verso tutti, lettori o spettatori, abbiamo l’obbligo di farci capire. E, se qualcuno non capisce o travisa quanto abbiamo detto, la responsabilità è sempre la nostra che non siamo riusciti a spiegarci a sufficienza o con le parole giuste. Quando accade, io mi chiedo sempre dove ho sbagliato. Questo può aiutarci a restituire una dignità alla nostra professione che ho la sensazione sia andata un po’ perduta. Non sempre per colpa nostra, ma anche perché il sistema mediatico è ormai come una maionese impazzita.

Vi ringrazio e vi auguro buon lavoro, sperando di non avere detto troppa bla-bla, ma al contrario di avervi dato qualche spunto discussione.

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