Copertina della rivista

Introduzione alle problematiche degli OGM nella cultura italiana

di Alfonso Pascale - Scrittore, studioso di sviluppo rurale e welfare locale

In Italia il dibattito pubblico sugli OGM è pervaso di antimodernismo e sensazionalismo giornalistico. Intorno al blocco della ricerca si è unito un asse politico e sociale che sfrutta questa scelta nella comunicazione del Made in Italy, alimentando una sorta di neonazionalismo autarchico. La dimensione ormai multiculturale della nostra società richiederebbe, invece, una nuova laicità fondata su uno Stato neutrale tra le diverse concezioni. Non basta che la comunità scientifica si autogestisca nel produrre una conoscenza affidabile mediante percorsi collettivi di controllo e approvazione. Ci vorrebbe un’innovazione sociale che parta dagli scienziati e promuova la conoscenza come effettivo diritto di cittadinanza. In tal modo la scienza e il metodo scientifico diventerebbero concretamente un pilastro costitutivo della democrazia

In Italia sono pochi gli intellettuali che esprimono opinioni su problemi complessi valorizzando conoscenze acquisite con metodo scientifico e molteplici strumenti di misura. La maggior parte si limita ad accompagnare le opinioni con espressioni immaginifiche e ricorrendo, con disinvoltura, ai miti del primitivismo e alla retorica dell’apocalisse per risultare gradevoli all’interlocutore. C’è, dunque, un comportamento diversificato da parte degli esponenti della cultura nel contribuire a formare l’opinione dei cittadini. E questo non è irrilevante in un paese che vuole guardare con fiducia al futuro, puntando sull’innovazione.

Un fiero oppositore degli organismi geneticamente modificati (OGM) come Piero Bevilacqua, in una sua recente pubblicazione, così si esprime: “Non era mai accaduto che un nuovo prodotto venisse immesso nel mercato a dispetto di una controversia scientifica così aspra qual è quella che oggi divide il mondo della ricerca” (Bevilacqua, 2008). Dopo quest’affermazione ci si aspetterebbe un’analisi del dibattito scientifico sugli ogm. Ma niente. L’intento sembra essere solo quello di svuotare di significato i dati scientifici. Anzi, rincarando ulteriormente la dose, lo storico continua: “Non si era mai visto, in tutta la storia secolare delle società industriali, un prodotto di dubbia utilità esporre in maniera tanto gratuita a rischi così elevati e imprevedibili la comunità umana”. Una condanna netta da parte di uno studioso di storia dell’agricoltura, che sa perfettamente come da almeno diecimila anni i contadini hanno con sagacia e pazienza selezionato, modificato, ibridato piante e semi che l’infinita biodiversità della natura metteva loro a disposizione. Ciò che raccapriccia lo studioso è il trasferimento di materiale genetico appartenente a un’altra specie. Ma in realtà, la barriera della specie è stata già superata in natura più volte ed esistono svariate specie nuove. Il triticale, per esempio, deriva da incroci tra specie diverse. Com’è noto, la differenza rispetto al passato anche recente è che la tecnica adottata ora – quella del DNA ricombinante - consente una maggiore precisione.

La radicalità del rifiuto dipende forse dal fatto che le questioni biotecnologiche esorbitano la mera applicazione alle piante e riguardano l’uomo stesso? Oppure dal fatto che pongono problemi di potere che la politica ha difficoltà a regolare a livello globale con gli attuali strumenti della democrazia? Può darsi. E tuttavia, neanche di questi problemi si discute in profondità. Dopo le Grandi Speranze sembra non esserci altro che la disperazione.

Oltre la specie con speranze ragionevoli

Siamo appena entrati in una nuova rivoluzione tecnologica. E ciò che traspare all’orizzonte è il superamento della separazione tra storia della vita e storia dell’intelligenza. Le basi naturali della nostra esistenza smetteranno presto di essere un presupposto immodificabile dell’agire umano. La nostra natura, nella sua interezza, diventerà un risultato storicamente determinato della nostra cultura. L’intelligenza umana e quella non biologica presto si alleeranno. E così entreremo nella cosiddetta “Singolarità”. E quando sfonderemo tale soglia, saremo oltre la specie, in una dimensione non più “naturale” ma interamente “culturale” dell’umano. A detta dei futurologi, tale condizione aprirebbe prospettive inedite oggi difficili da intravedere.

In una cultura come quella italiana, nutrita di antimodernismo e di sensazionalismo giornalistico, la sola evocazione di siffatte novità suscita una reazione di rigetto. Ma senza peccare di ottimismo tecnologico e senza ricorrere ai grandi racconti fantascientifici, si possono senz’altro nutrire speranze ragionevoli entro un futuro incerto e difficile (Rossi, 2008). Tra l’Apocalisse e le Grandi Speranze c’è la giusta misura con cui guardare al domani a condizione, tuttavia, che in Italia si abbandoni la demonizzazione della tecnica applicata alla natura umana e alla natura in generale. La violenza della polemica ha sfiorato addirittura il paradosso. All’oncologo Umberto Veronesi che dichiarava in un articolo su Repubblica del 4 novembre 2004 “Se potessi scegliere, preferirei nutrirmi di mais transgenico”, Bevilacqua replicava in modo perentorio: “Affermiamo senza difficoltà che, di fronte a un mondo a così alto rischio, la fede incondizionata che anche intellettuali liberi nutrono nei confronti della tecnoscienza rappresenta un aspetto costitutivo della superstizione contemporanea” (Bevilacqua, 2008).

Lo storico è un intellettuale di sinistra; eppure accusa di atteggiamento fideistico e superstizioso quei settori che si battono per la libertà della ricerca scientifica da posizioni positiviste e illuministe. Perché? I termini “fede” e “superstizione” tirati in ballo dallo studioso fanno emergere una novità che non tutti colgono: oggi non solo i diversi punti di vista sono percepiti come credenze o fedi, indipendentemente se queste siano religiose o meno, ma anche i dati scientifici sono assimilati alle credenze. Da una parte della cultura italiana il metodo scientifico non è più riconosciuto ed è considerato superfluo. Gli intellettuali che a esso continuano a ricorrere nella loro attività devono, pertanto, attrezzarsi per farlo valere nella società mediante un’azione pedagogica e un impegno civile di ripensamento della democrazia.

Laicità e innovazione sociale

Che si debba porre mano alla democrazia, ai suoi fondamenti etici e ai modi di produrre decisioni condivise, appare ormai scontato in una società che diventa sempre più multiculturale. Non si tratta solo di una molteplicità d’interessi particolari o di punti di vista limitati, che si possono trascendere in sintesi superiori, ma di un pluralismo che “è parte integrante dell’opera della ragione pratica libera, entro la cornice di libere istituzioni” (Rawls, 1994).

Dinanzi a questa novità, le istituzioni politiche dovrebbero assumere un atteggiamento laico e tollerante. Si tratta di accettare il pluralismo non come modus vivendi o come necessità, ma per adesione profonda a un regime di libertà e ai suoi principi. Pertanto, l’idea stessa di laicità, che non riguarda più solo il rapporto tra stato e confessioni religiose, andrebbe rifondata. La nuova laicità presuppone uno Stato neutrale tra le diverse concezioni e indipendente da qualunque dottrina (Mancina, 2009). Ma quando i dati scientifici devono necessariamente supportare le decisioni, in che modo si potranno difendere da eventuali manipolazioni? Non è semplice rispondere a questa domanda. Si può tentare qui di prospettare un’ipotesi. La nuova laicità dovrebbe presupporre non già il mero riconoscimento di una comunità scientifica che si autogestisce nel produrre una conoscenza affidabile mediante percorsi collettivi di controllo e approvazione, bensì l’”immersione” degli scienziati nella società civile per interagire con l’insieme dei cittadini e contribuire “dal basso” alla formazione dei punti di vista. Si tratta, in sostanza, di produrre un’innovazione sociale che cambia la qualità e l’estensione delle relazioni per fare in modo che la conoscenza si diffonda e diventi effettivo diritto di cittadinanza. A quel punto la scienza e il metodo scientifico possono diventare concretamente un pilastro costitutivo della democrazia.

Di fronte a scenari che prospettano uno sviluppo rapidissimo delle biotecnologie, ci vorrebbe una politica capace di sognare progetti volti ad anticipare la forma civile e naturale che le grandi strutture della tecnoeconomia già cominciano a ridisegnare in solitudine e, dunque, nel pericolo.

Ma prima ancora della politica, avremmo bisogno di una nuova etica, che dovrebbe maturare nella società civile. Di quale etica? A questa domanda un altro storico, Aldo Schiavone, che da tempo riflette su tali questioni, così risponde: “Di un’etica che sappia trovare il divino nell’accrescersi delle facoltà dell’umano e non nella sacralità della natura. Di un’etica della trasformazione e non della conservazione; che accolga le responsabilità e non le respinga; che non rifiuti l’aumento illimitato di potenza, ma ne determini gli obiettivi; che non consideri definitivo nessun assetto biologico o sociale, ma accetti di considerarli tutti come figure del mutamento e della transizione; che cerchi le sue leggi non nella natura, ma nell’intelligenza e nell’amore (Schiavone, 2007)”.

È questo il livello cui il dibattito sulle biotecnologie dovrebbe tendere per favorire percorsi efficaci, benché complessi, al fine di giungere a decisioni condivise. Ma in Italia le istituzioni (e anche i mass media) non garantiscono condizioni d’imparzialità, indipendenza e laicità per un confronto civile tra le diverse posizioni. E nelle reti sociali non nascono ancora azioni di monitoraggio e correzione (con analisi di dati dettagliati e rigorosi ricorsi alle fonti scientifiche), interdisciplinari e gratuite, a sostegno delle persone che intendono avvalersene nella formazione delle opinioni.

Dall’amaca alla cabala

Quando a metà settembre del 2012, il settimanale Nouvel Observateur ha annunciato un articolo scientifico che accusava un mais ogm, resistente al glifosato, e questo stesso erbicida di produrre tumori nei topi, Michele Serra ha dedicato alla notizia una sua Amaca. “Immaginate un enorme estensione di terreno agricolo – ecco il nucleo dello scritto - e che su quel terreno venga sparso un diserbante che uccide tutte le specie tranne una, una semente transgenica progettata per resistere, lei sola, al diserbante. Una specie brevettata, non disponibile in natura, proprietà esclusiva della multinazionale che l’ha creata. Questa sorta di Soluzione Finale è l’agricoltura intensiva resa possibile dagli ogm”.

Dall’amaca su cui è felicemente sdraiato, il giornalista non si occupa dell’esperimento farlocco che associa il consumo di mais ogm all’insorgenza di tumori nei topi – che era l’oggetto della notizia da cui aveva preso spunto per il suo scritto – ma attira l’attenzione dei suoi lettori esclusivamente sull’erbicida, snobbando l’argomento scientifico. Tant’è che la sua nota si chiude così: “Ha senso un sistema di produzione del cibo, e di gestione della terra, che stermina le piante ritenute “inutili” (quasi tutte) e di conseguenza azzera un habitat che ha impiegato milioni di anni a formarsi e trovare equilibrio? La salute dell’uomo non appare quasi un dettaglio, se è la salute di un pianeta intero a essere sotto attacco?” (Repubblica, 21 settembre 2012). A Michele Serra non interessava per niente che, in agricoltura, la lotta alle malerbe fosse da sempre uno dei pilastri della produttività e che l’uso di ogm resistenti agli erbicidi fosse, da qualche tempo, un modo più ecologico rispetto all’uso di più erbicidi, pratica – questa sì! - capace di sconvolgere l’equilibrio della flora infestante e di inquinare di più. La notizia giunta dalla Francia – a prescindere se fosse o no una bufala - semplicemente gli serviva per annunciare la Soluzione Finale.

Qualche anno prima, Mario Capanna, presidente della Fondazione dei Diritti Genetici, durante una puntata di Uno mattina aveva sostenuto con molta nonchalance di aver visto un ogm particolare, la fragola pesce, ormai nota leggenda metropolitana. E Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, aveva dichiarato su L’Espresso che le piante mal sopportano le modifiche genetiche. Un’affermazione palesemente infondata se si guarda solo al numero delle mutazioni, naturali e artificiali, del frumento.

I casi citati sono soltanto gli ultimi che caratterizzano l’approccio di alcuni personaggi famosi al tema dell’ingegneria genetica in agricoltura: un pretesto per avvalorare credenze, arrivando fino alla manipolazione dei fatti.

Dagli anni Novanta, non poche decisioni politiche sono state prese sulla base di falsificazioni di fatti scientifici. La discussione intorno alla legge sulla procreazione assistita e il successivo referendum vanno visti come un passaggio essenziale nella cultura pubblica italiana. Emersero allora affermazioni molto gravi. Ad esempio, quella che la tesi secondo cui l’embrione è persona non sarebbe nata in seno alla dottrina cattolica, bensì sarebbe una tesi scientifica e una verità naturale. Oppure quella che l’etica sarebbe il luogo di verità assolute, le quali poggerebbero sul diritto naturale; e, di conseguenza, le questioni etiche trascenderebbero lo spazio della negoziazione politica.

Siamo, insomma, all’etica come giustificazione della menzogna. Volete un altro esempio? Inaugurando la Conferenza sui cambiamenti climatici, tenutasi presso il Palazzo della FAO nel 2007, l’allora ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, adottò un tono sicuramente apocalittico, prefigurando un’ecatombe imminente, anzi già avvenuta: “Il cambiamento climatico è qui e ora”, disse il ministro alla platea preoccupata. “Già ora la temperatura in Italia è aumentata quattro volte di più che nel resto del mondo”. Era una bufala. Il ministro ambientalista si esercitava nella cabala.

Come ha scritto Francesca Santolini, “il catastrofismo di Pecoraro non ha certo aiutato a radicare nell’opinione pubblica una maggiore sensibilità ecologica, contribuendo al contrario a diffondere quella che alcuni osservatori hanno definito la sindrome del Titanic” (Santolini, 2010). Se si sta affondando e non ci sono speranze di salvezza né per la nave né per i passeggeri che senso può avere affannarsi? Tanto vale godersi gli ultimi attimi prima del disastro sorseggiando champagne sul ponte e ascoltando l’orchestrina di bordo che suona le sue ultime canzoni. E tal effetto si ha perché i dati scientifici non servono al politico per formarsi quella base di conoscenza a lui indispensabile per prendere delle decisioni. Egli preferisce utilizzare il procedimento inverso, cercando nei dati le “pezze d’appoggio” a sostegno delle proprie tesi.

Un altro caso simile dimostra come la manipolazione dei fatti ha ormai assunto caratteristiche bipartisan. Nell’inverno 2009, alcuni senatori del Pdl hanno proposto nientemeno una delibera perché il corpo legislativo dello Stato si pronunciasse sul grado di pericolosità del riscaldamento globale. La delibera afferma innanzitutto che il fenomeno è in realtà modesto, che la sua causa non è legata all’emissione di anidride carbonica provocata dalle attività umane, e che in ogni caso se la temperatura salisse un po’ si starebbe tutti meglio. Pare superfluo ogni commento.

Blocco della ricerca e civismo italico

Tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila, in modo bipartisan fu vietato, con due successivi decreti del Ministero delle Politiche agricole, lo studio degli ogm in campo aperto. Il primo provvedimento fu firmato da Pecoraro per tenere insieme l’ambientalismo nostrano con la sinistra antagonista, e il secondo da Gianni Alemanno, il quale, con l’avversione agli ogm, volle segnalare che il suo approdo al neocomunitarismo conservatore non rigettava le vecchie pulsioni antimoderniste e antitecnocratiche (Alemanno, 2002). Si trattò di una chiusura alla ricerca scientifica che ancora oggi non si riesce a rimuovere. Un caso clamoroso che andrebbe meglio approfondito, rovistando nelle analisi sulle virtù civiche degli italiani.

La ricerca pubblica del nostro paese era, infatti, all’avanguardia nell’affrontare una serie di problemi creati dalla “rivoluzione verde”. E molti studiosi vedevano nelle nuove conoscenze e nei nuovi strumenti tecnologici una seria possibilità per farlo. Ma le istituzioni interrompono queste attività che non vengono più finanziate.

Intanto c’è da chiedersi se tali comportamenti siano un tratto specifico della nostra cultura nazionale. Gilberto Corbellini, storico della medicina, sostiene che in Italia esiste una tradizione sociale e culturale antropologicamente refrattaria all’empirismo e al pragmatismo. E ha prevalso, a ogni livello, un indottrinamento ispirato da un’etica dei principi assoluti per cui le convinzioni e le intenzioni contano di più delle conseguenze nel dar conto di una scelta o di un’azione (Corbellini, 2011).

È difficile non condividere questo giudizio. E a proposito del nesso tra atteggiamento antiscientifico e debole spirito civico, la sociologa Loredana Sciolla ha sviluppato alcune interessanti analisi dei dati empirici raccolti attraverso surveys internazionali (Sciolla, 2004). Secondo la studiosa, l’Italia si è sviluppata come gli altri paesi democratici, ma è rimasta a livelli più bassi sul piano dell’informazione, della competenza, della fiducia e soddisfazione per la democrazia. C’è, in particolare, un elemento che ci differenzia dalle altre democrazie occidentali e riguarda “la sfera morale dei valori”. Facendo riferimento al modello di Ronald Inglehart, che ha descritto il cambiamento dei valori prevalenti nelle democrazie avanzate, da “materialisti” (collegati a sicurezza economica e fisica) a “postmaterialisti” (basati su autorealizzazione, qualità dei rapporti interpersonali e libertà di parola), Sciolla illustra l’anomalia dell’Italia. Infatti, in tutti i paesi dove sono avvenuti i cambiamenti descritti da Inglehart, l’abbandono dei valori e delle credenze tradizionali non ha voluto dire un’eclisse della morale, ma una transizione verso quel “politeismo dei valori” che promuove il pluralismo e infonde dinamicità alla democrazia. In Italia, questa transizione non è mai avvenuta. L’Italia è precipitata in basso se si considera la laicità, il rispetto delle regole e le virtù civiche.

Autarchia o innovazione?

Intorno al blocco della ricerca sugli ogm si è unito un asse politico e sociale che sfrutta questa scelta nella comunicazione del Made in Italy agroalimentare. Un asse rinchiuso nella tutela di una malintesa italianità, frutto del raggrumarsi di subculture che rispondono impaurite e rabbiose alla globalizzazione e ai nuovi equilibri mondiali, in cui emergono paesi con un tasso di crescita prima inimmaginabile. Un’alleanza che preme sul governo per bloccare l’utilizzo in Italia delle sementi ogm approvate da Bruxelles; che ottiene dal Parlamento leggi sull’etichettatura degli alimenti o sulla percentuale di alchil esteri nell’olio d’oliva da usare come armi puntate verso gli organismi europei per tentare di condizionarne le scelte.

Emerge, dunque, una sorta di neonazionalismo autarchico che esclude ogni collaborazione con le agricolture di altri paesi, considerate come nemiche da combattere, e preme ostinatamente sulle istituzioni nazionali perché riguadagnino quella sovranità che un tempo si sarebbe sacrificata volentieri per l’obiettivo di un ideale europeo.

Il tutto nasce da due elementi strettamente connessi. In primo luogo dall’esasperazione dell’idea di tipicità, considerata come strategia unica che permetterebbe di affrontare la globalizzazione eludendo la competizione da costi. E in secondo luogo dalla costruzione di un mito originario basato su un presunto insanabile contrasto tra produzioni tipiche e ogm, negando così in radice l’assunto scientifico su cui i nostri ricercatori di “seconda generazione” avevano avviato le nuove sperimentazioni (Pascale, 2012). E la cosa grave è che si fa passare questa tesi antiscientifica nell’opinione pubblica, mediante programmi promozionali, con un dispendio insensato di risorse pubbliche e in barba a ogni criterio di laicità e indipendenza delle istituzioni.

Il teorema costruito sulle coppie tipico/sano e ogm/dannoso, tipico/naturale e ogm/artificiale, tipico/italiano e ogm/straniero, tipico/imprese locali e ogm/multinazionali, è dunque la miope invenzione di chi si è seduto sul ramo che egli stesso sta tagliando.

Sta, infatti, avvenendo qualcosa che ha diversi punti in comune con l’affermazione e il crollo del primato culinario italiano tra Medioevo e Rinascimento, raccontato dallo storico Ruggiero Romano. Nel Trecento la cucina era soltanto una pratica e nel secolo successivo diventa anche un’arte, in parallelo con l’evoluzione dei modelli culturali nell’architettura e nelle lettere dell’Italia comunal-mercantile. Ma una volta che il modello raggiunge il top, non si creano più piatti nuovi e l’attenzione alla qualità si sposta sul servizio. La tavola diventa pretesto per musica, danze, canto, teatro, giochi, conversazioni. Si vive di rendita, ritenendo di dover confermare quanto già inventato nel passato, senza dover far leva sull’innovazione. Si esasperano fino alla tracotanza i motivi che in origine avevano costituito la forza del nostro modello. Ci si ripiega su se stessi e non si ricercano più nuovi sentieri. Di fatto, si spegne ogni creatività. E così il nostro modello è ripreso fuori d’Italia, assorbito, assimilato, digerito fino a farne qualcosa di diverso che l’Italia del XVII secolo è costretta a importare (Romano, 1994).

È quanto accade oggi al modello agroalimentare italiano con l’approccio autarchico e l’identificazione del naturale con il bene e l’artificiale con il male. A questo proposito e non senza una punta di ironia, il filosofo e storico della scienza Paolo Rossi, recentemente scomparso, ha affermato: “Siamo afflitti da una quantità – che a molti pare francamente eccessiva – di riviste e di trasmissioni televisive che spiegano ed esaltano specifiche tradizioni gastronomiche, nonché le pastasciutte, gli arrosti, i formaggi, i dolci, le frutta, i vini di una località già nota, sempre più spesso di un piccolo e finora poco conosciuto paese che cerca di farsi spazio nel mondo della gastronomia” (Rossi, 2011). E trattando il tema del primitivismo che riemerge nella lotta odierna contro la scienza e la tecnica da parte dei “neonazionalisti autarchici”, l’illustre studioso ha ricordato che “tutto ciò che chiamiamo civiltà e cultura ebbe inizio perché i nostri più lontani progenitori scelsero di non adottare il cosiddetto principio di precauzione. Se lo avessero adottato saremmo ancora simili alle scimmie delle prime inquadrature di 2001 Odissea nello spazio”.

Fortunatamente anche altri intellettuali si stanno schierando contro questa deriva, mostrando passione civile e attenzione fiduciosa alle facoltà dell’ingegno umano. Lo scrittore Antonio Pascale dedica di continuo saggi e interventi su questi temi. L’inviato speciale della RAI, Elio Cadelo, ha pubblicato alcuni libri che spiegano in modo scientifico cosa sono gli ogm (Cadelo, 2012). Il giornalista Luigi Caricato dirige la rivista on line Teatro Naturale, aperta al confronto tra diversi punti di vista. Il chimico Dario Bressanini cura il blog Scienza in cucina, svolgendo un’opera di divulgazione scientifica senza pregiudizi. Il ricercatore Roberto Defez cura il blog Salmone.org, da cui si possono ottenere informazioni sugli ogm.

Sarebbe davvero un delitto se proprio ora che gli scambi non solo economici diventano nel mondo più ampi e ramificati, rinunciassimo alla nostra principale prerogativa: quella di assimilare più culture e ricrearle in modo così originale da farle apparire come se fossero sempre appartenute al nostro DNA. È questo il senso più profondo del “saper fare” che la nostra storia ci consegna. Anziché difenderci dai paesi emergenti con le leggi e i tribunali, faremmo meglio a coltivare gli scambi culturali, la ricerca scientifica, la creatività, il gusto di essere imitati per ricavarne la stimolo a superare noi stessi. Anziché continuare a vivere di rendita, sarebbe ora di attivare la molla dell’innovazione, che oltre ad essere tecnologica, dev’essere un’innovazione sociale, cioè fondata su un nuovo rapporto tra scienza e società civile.

 

Bibliografia

  1. Alemanno Gianni, Intervista sulla destra sociale, Marsilio, Venezia, 2002.
  2. Bevilacqua Piero, Miseria dello sviluppo, Gius. Laterza & figli, Roma-Bari, 2008.
  3. Cadelo Elio, Perché gli ogm, Palombi Editori, Roma, 2012.
  4. Corbellini Gilberto, Scienza, quindi democrazia, Einaudi, Torino, 2011.
  5. Mancina Claudia, La laicità al tempo della bioetica, Il Mulino, Bologna, 2009.
  6. Pascale Antonio, Pane e pace, Chiarelettere, Milano, 2012.
  7. Rawls John, Liberalismo politico, Edizioni di Comunità, Milano, 1994.
  8. Romano Ruggiero, Paese Italia. Venti secoli di identità, Donzelli, Roma, 1994.
  9. Rossi Paolo, Speranze, Il Mulino, Bologna, 2008.
  10. Rossi Paolo, Mangiare, Il Mulino, Bologna, 2011.
  11. Santolini Francesca, Passione verde. La sfida ecologista alla politica, Marsilio, Venezia, 2010.
  12. Schiavone Aldo, Storia e destino, Einaudi, Torino, 2007.
  13. Sciolla Loredana, La sfida dei valori. Rispetto delle regole e rispetto dei diritti in Italia, Il Mulino, Bologna, 2004.


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