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Claudia Bastioli

La forza della bioeconomia è la sua natura trasversale

Intervista a Claudia Bastioli, presidente e ammistratore delegato Novamont

A cura di Alice Avila, Ufficio stampa e relazione con i media – ENEA

Presidente e amministratore delegato di Novamont e presidente del Cluster italiano per la bioeconomia circolare SPRING, già presidente di Terna, Catia Bastioli è convinta dell’importanza della bioeconomia per rigenerare i territori, contribuendo alla competitività europea e alla tutela ambientale. “È un settore economico in cui l’Europa mantiene ancora una leadership tecnologica”.

Dottoressa Bastioli, quanto vale la bioeconomia italiana?

Secondo l’11° Rapporto sulla Bioeconomia di Intesa Sanpaolo, in Italia, la bioeconomia ha generato nel 2024 un output pari a 426,8 miliardi di euro. La bioeconomia in Italia rappresenta circa il 10% del valore della produzione complessiva e il 7,7% considerando l’occupazione. L’Italia risulta specializzata in questo meta-settore: rappresenta il 14% dell’UE27, una percentuale superiore rispetto a quella che si osserva per il totale delle attività economiche (12,4%). La forza della bioeconomia sta nella sua natura trasversale. Integra, infatti, agricoltura, industria, gestione dei rifiuti, energia, acqua e innovazione tecnologica in un unico sistema circolare. È da qui che può partire un profondo ridisegno del panorama produttivo italiano, valorizzando flagship e casi studio consolidati e mettendoli a sistema, per costruire un nuovo modello di sviluppo, capace di coniugare competitività, maggiore sostenibilità sotto il profilo ambientale e coesione territoriale.

Può illustrarci l’impegno di Novamont nel campo delle biotecnologie industriali?

Novamont è una società di Versalis (Eni) che opera nell’ambito delle biotecnologie industriali per la produzione di chimica da materie prime rinnovabili. Novamont nasce oltre 30 anni fa come centro di ricerca all’interno del gruppo Montedison, con l’obiettivo di costruire un ponte tra chimica e agricoltura per sviluppare prodotti biodegradabili e compostabili a ridotto impatto ambientale. La sfida non è stata semplicemente creare un’azienda, ma realizzare un dimostratore di bioeconomia circolare, radicato nei territori e con la salute del suolo al centro. Attraverso tecnologie proprietarie e processi biotecnologici e chimici, Novamont ha riconvertito siti italiani deindustrializzati in bioraffinerie per bioprodotti e centri di ricerca. Abbiamo così salvaguardato occupazione e competenze e contribuito alla rigenerazione dei territori. Un esempio è l’impianto di Bottrighe di Adria, da ex sito produttivo di lisina a primo impianto industriale nel suo genere per la produzione di bio-butandiolo da zuccheri tramite processi fermentativi. Lo stabilimento è dotato di cogenerazione ad alta efficienza (90%) e di un biodigestore che dalle biomasse residue produce biometano avanzato immesso in rete. Oggi il nostro impegno nelle biotecnologie prosegue con attività di ricerca e innovazione per la valorizzazione dei residui agro-industriali e la produzione di zuccheri di seconda generazione e bioprodotti ad alto valore aggiunto. Proprio a Bottrighe, stiamo testando su scala industriale l’utilizzo di tali zuccheri come substrati fermentativi, trasferendo i risultati della ricerca verso applicazioni progressivamente sempre più decarbonizzate.

Lei ha fatto parte di importanti gruppi di lavoro della Commissione europea su cambiamenti climatici, ambiente e bioeconomia. C’è un approccio diverso a livello Ue alla bioeconomia?

L’UE, oltre a essersi dotata di una Strategia per la Bioeconomia già dal 2012, ha investito molto in questo settore. Tuttavia, è mancato finora un framework legislativo realmente capace di sostenere l’innovazione, facilitare il passaggio dalla ricerca alla scala industriale e supportare la domanda di prodotti bio-based. L’imponente impianto normativo del Green Deal si è infatti caratterizzato per una logica top-down, volta soprattutto a limitare gli impatti delle tecnologie esistenti. Sono mancati strumenti di governance adeguati e si è continuato a guardare a questi nuovi settori con le regole dei comparti tradizionali. Oggi, però, qualcosa si sta muovendo ed esiste una concreta possibilità di mettere a terra la nuova Strategia europea per la Bioeconomia con un piano d’azione che premi i modelli virtuosi capaci di creare valore sociale ed economico e ridurre l’impatto ambientale, riconoscendo il contributo positivo dei materiali bio-based, e introducendo codici statistici dedicati e misure di stimolo della domanda per favorire l’adozione di bioprodotti più sostenibili. Significa anche sostenere progetti territoriali e siti dimostrativi che connettano agricoltori, industrie e comunità locali e creare le condizioni per una bioeconomia realmente circolare e competitiva. In questa direzione il Biotech Act II sarà cruciale.

E con il riconoscimento della bioeconomia a che punto siamo in Italia?

Già dal 2017 il nostro Paese si è dotato di una Strategia nazionale per la Bioeconomia, una delle prime in Europa. Nel 2012 l’Italia ha dato il via a una normativa pionieristica che prevedeva la biodegradabilità e la compostabilità dei sacchi asporto merci, con un approccio confermato in seguito anche dall’Unione Europea. Si è trattato di un’iniziativa che ha avuto ricadute ben maggiori della semplice sostituzione di un sacco non biodegradabile con uno che lo è. Questo ha permesso di portare il nostro Paese a essere il primo in Europa per la raccolta del rifiuto organico, con una raccolta del 72% verso la media europea del 26%. Recentemente è stato approvato il Piano di implementazione 2025-2027 della Strategia italiana per la Bioeconomia, con obiettivi ambiziosi e con azioni mirate a rafforzare il quadro legislativo, stimolare la domanda, sostenere progetti territoriali e potenziare le filiere bio-based. Si tratta della dimostrazione che bastano piccole iniziative di go to market per catalizzare trasformazioni importanti. A livello nazionale, la bioeconomia è riconosciuta come un settore strategico, anche all’interno del Libro Bianco Made in Italy 2030, pubblicato dal MIMIT il 29 gennaio 2026. Rimane però anche a livello nazionale la sfida di tradurre le strategie e i piani in risultati concreti per il settore. Per esempio, l’implementazione della Packaging and Packaging Waste Regulation in Italia potrà essere un’occasione unica per il riconoscimento dei prodotti compostabili, nonché per ispirare gli altri Stati Membri ad adottare modelli simili.

In che modo la bioeconomia può generare valore non solo ambientale, ma anche sociale ed economico?

La bioeconomia è un modello che mette al centro i territori e la tutela dei loro suoli, valorizzando risorse rinnovabili, filiere integrate di prodotti, energia e tecnologie connesse alle specificità locali. È un settore economico sano, tra i pochi in cui l’Europa mantiene ancora una leadership, perché fondato sul capitale naturale, sul patrimonio culturale e sulla capacità di innovare a partire dalla valorizzazione delle risorse disponibili. Proprio perché fortemente radicata nei territori, la bioeconomia genera valore sociale ed economico e riduce l’impatto ambientale insieme. I territori, infatti, sono cruciali: da qui dipendono le filiere, l’occupazione e la tenuta sociale. Attraverso la bioeconomia possiamo rafforzare qualità e diversificazione, ottimizzare l’uso delle risorse, creare reti territoriali e connessioni. La bioeconomia, se declinata con logica circolare, offre una risposta concreta e sistemica a queste sfide, ripensando produzione, uso e smaltimento, dando vita a bioprodotti che contribuiscono a un minore inquinamento degli ecosistemi e applicando nuove tecnologie a rifiuti e sottoprodotti senza sprecare nulla. In questo quadro, le bioraffinerie per bioprodotti sono infrastrutture chiave per trasformare le specificità territoriali in innovazione e competitività industriale.

Nel 2025 è stata nominata membro della statunitense National Academy of Engineering (NAE) per la sua leadership nel settore delle bioplastiche industriali e per aver guidato la bioeconomia circolare. Si tratta dell’unica nomina italiana dell’anno e l’unica nel settore della bioeconomia e delle bioplastiche. Quanto è ancora grande il divario tra il potere femminile e quello maschile in questi settori?

Il gender gap nel mondo della scienza e delle STEM è una realtà, ma le cose stanno lentamente migliorando. Secondo dati Eurostat, l’Italia è nella top 10 dell’Ue per quota di donne laureate in discipline STEM e Life Sciences, con il 40% del totale, superiore alla media europea del 34,6%. Questo conferma che sempre più donne si affermano in ambiti tradizionalmente dominati dagli uomini. Per colmare il divario serve un approccio integrato, a partire dalla scuola, dall’università e dall’orientamento, rafforzando le alleanze tra imprese, istituzioni e mondo accademico. Le Life Sciences sono tra i motori più dinamici dell’economia, dell’innovazione e dell’occupazione e per continuare a crescere servono persone, competenze e un sistema capace di valorizzare i talenti. Il mio consiglio è coltivare curiosità e passione e innovare pensando che quello che stiamo facendo non lo stiamo facendo per noi stessi, ma per avere un impatto tangibile su persone, comunità, territorio e ambiente. Dunque lasciamoci ispirare e contaminare, senza dimenticare che facoltà scientifiche e umanistiche devono sempre andare di pari passo per stimolare la capacità critica, l’imprenditorialità e l’inventività.

Ha trasformato Novamont da centro di ricerche a industria di riferimento nel settore delle bioplastiche e dei prodotti da fonti rinnovabili. Crede nella collaborazione tra ricerca e imprese per incentivare l’innovazione?

Sì, da sempre crediamo profondamente nella collaborazione tra ricerca e imprese e proprio la creazione di sinergie e partnership lungo tutta la filiera con università, centri di ricerca, parchi tecnologici, mondo dell’industria, della trasformazione, dell’agricoltura, del trattamento dei rifiuti, istituzioni e terzo settore è stata l’elemento chiave per la costruzione di una piattaforma italiana per la bioeconomia circolare. Lavorare nel campo della bioeconomia, che per sua natura è multisettoriale, ci ha insegnato che per favorire l’innovazione e porre le basi per un’economia veramente resiliente, competitiva e rigenerativa è fondamentale costruire ponti tra settori diversi, sperimentare insieme nuovi progetti nei territori, con il presupposto che la transizione ecologica non può prescindere dalla diversità delle soluzioni e dall’integrazione di più tecnologie. In questo senso sono convinta che sarà possibile ridisegnare profondamente il panorama italiano se sapremo partire dai nostri primati nel settore e metterli a sistema. Penso agli impianti che già oggi sono in grado di produrre biomateriali e bioprodotti a partire in tutto o in parte da scarti e sottoprodotti, in connessione con il mondo del riciclo e con uno dei sistemi agricoli più sostenibili d’Europa, nonché alle sinergie tra acqua e energia per garantire una gestione ottimale della risorsa idrica. In sintesi, abbiamo una grande storia industriale che dobbiamo essere in grado di calare in un sistema territoriale rigenerativo, per produrre non solo beni, ma anche resilienza e benessere per le persone e puntando a salvaguardare l’ambiente. Non possiamo farlo se non collaborando.

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